Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Fino a prova contraria (lo suggeriscono i Vangeli, ma non solo: anche dall’ellenismo all’illuminismo al romanticismo) l’essere umano è dotato di una sublime dignità e di un’intelligenza tali da muovere al massimo rispetto e alla massima fiducia nelle sue doti spirituali e intellettuali.
Tuttavia, l’uomo non è Dio, e se perfino tra gli angeli è passato il virus della malizia che ne ha trasformato uno in demonio, non possiamo non nutrire qualche preliminare diffidenza e qualche doveroso sospetto quanto meno nei confronti di chi ci è poco noto o sconosciuto. Anche perché l’esperienza pregressa, al netto dei meravigliosi atti di coraggio, di generosità, di amore che tanti esseri umani intorno a noi manifestano quotidianamente, ci insegna che “non è tutt’oro quel che riluce” e che “tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”. Due adagi popolari che la dicono lunga sulle delusioni che talvolta abbiamo provato nell’affidarci spontaneamente ad alcune persone.
Una voragine in cui si rischia spesso di cadere per eccesso di fiducia è l’ipocrisia. Dai dizionari: “Recitare una parte. Simulare buone intenzioni per guadagnarsi simpatia e favori, ingannando”. Ce ne è a vagoni, nel nostro quotidiano scambio di comunicazioni con gli altri, ben distribuita in ogni dove e soprattutto ben dissimulata.
Pensiamo all’esercizio della democrazia e del politicamente corretto: libertà, partecipazione, ma poi la libertà che si trasforma in anarcoide licenza o al contrario l’azione repressiva di certi Torquemada autonominatisi a dettare la “linea” di ciò che è giusto e ciò che non lo è.
E la questione ambientale? Tutti d’accordo sulla preservazione dell’ambiente, sulla difesa della natura, sull’abolizione delle fonti non rinnovabili. Poi arrivano i distinguo, le eccezioni, i differimenti, emergono gli “interessi nazionali” e soprattutto il geloso, diffuso “not in my backyard”. Le chiese non stanno meglio: siamo tutti figli di Dio, poi ti accorgi che ci sono figli e figliastri e, soprattutto, figliastre. Il pacifismo a oltranza, quando si sa che la pace, come la guerra, si fa in due, altrimenti mentre porgi l’altra guancia quello ti continua a menare fino a farti saltare la testa. E i modi educati? Troppo spesso mera affettazione per poi fregarti appena giri lo sguardo da un’altra parte. E che dire di certa beneficenza, ottima occasione per liberarsi delle peggiori cianfrusaglie?
Con tutto ciò, credo fermamente che l’essere umano in sé meriti rispetto e che gli si debba accordare fiducia. Una fiducia accorta, certo, ma sia di principio che sostantiva. Semmai, di fronte a un prova contraria reiterata che ti impedisce di concedere qualsivoglia appello, a certi singoli individui la fiducia non la rinnovi, la ritiri e te ne tieni lontano.
Questi ultimi tempi di pandemia, di guerra ma anche solo di propaganda elettorale, hanno messo a dura prova il rispetto e la fiducia, se non nel genere umano in generale, almeno in una parte di esso: dai no-vax ad oltranza ai guerrafondai; dai mestatori e i trasformisti della politica nazionale a certi avventurieri della politica locale; dal cosiddetto uomo di cultura che rivela la sua pochezza etica e quindi intellettuale, a quelli che gli tengono bordone per avere visibilità; da quelli che tacciono quando dovrebbero reagire, a un sistema dell’informazione che al contrario sa cogliere al volo la pagliuzza nell’occhio altrui ma ignora la trave che acceca il suo; da certi rappresentanti delle istituzioni che talvolta per ignoranza e più spesso per opportunismo fanno cosa propria del loro ruolo di pubblico servizio, al fanatico qualunquista che gode della propria ignoranza.
Tuttavia chi è senza peccato scagli la prima pietra. Così, alla fine, tra una ipocrisia e una sottaciuta debolezza, tra una negata dipendenza e un autoreferenziale velleitarismo, pur di non farsi male da lupi tra i lupi molti accettano questo sistema del palleggio, del compromesso al ribasso, dell’adattamento reciproco che seppur con un diverso tasso di cinismo Hobbes e Rousseau hanno descritto come la “società”.
E’ sufficiente? Se nei millenni siamo progrediti e tutto sommato, tra due passi avanti e uno indietro, siamo “cresciuti” in pensieri e opere, può darsi che basti questo “realismo”, e che paghi il patto opportunistico di fingere di farsi del male. Almeno secondo l’opinione di taluni di noi.
Ma se non vogliamo soffermarci a vedere solo il nero, o il grigio e desideriamo apprezzare i colori della convivenza (che sono tanti: sarebbe stato sufficiente frequentare le corsie delle terapie intensive ai tempi peggiori della pandemia, o si possono seguire gli impegni delle Ong nei luoghi della fame e della guerra), forse è necessario dare spazio al “sogno come speranza” e all’ “utopia come creatività”, al desiderio di guardare il mondo con gli occhi sempre nuovi dell’humanitas piuttosto che con quelli infossati di rabbia e di spocchia dell’hybris. Anche nelle piccole cose della nostra vita quotidiana e nel migliorare la convivenza nei luoghi in cui abitiamo.
Francesco Mattioli
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