Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Di fronte agli oltre 700 candidati consiglieri che seguono gli otto candidati a sindaco del comune di Viterbo si possono coltivare due atteggiamenti: l’uno, negativo (e subdolamente maggioritario) che vi siano troppi imbucati, l’altro, positivo, che siano il segno di un fermento di partecipazione politica diretta che agita i viterbesi. Ce ne sarebbe un terzo, rigidamente neutrale e appeso esclusivamente alle teorie interpretative delle scienze sociali, che recita sostanzialmente così: i social e le loro reti hanno aumentato il numero delle persone che si sentono di dire e fare qualcosa, ma non necessariamente è aumentato il tasso qualitativo del contributo di tali persone. Un giudizio severo che forse è influenzato dalle modalità di formazione, di evoluzione e di trasformazione del primo movimento online italiano, quello dei Cinquestelle, nel quale – almeno all’inizio – le motivazioni non sempre andavano in tandem con le competenze.
Viterbo – Francesco Mattioli
Se andiamo ad esaminare le tante ricerche svolte sull’opinione che la gente ha della politica, potremmo constatare che nei decenni poco è cambiato rispetto al “piove, governo ladro” che taluni fanno risalire all’800 e altri addirittura al mondo antico. Una valutazione, quella della gente, che creando una voragine tra cittadini e politici, ha finito per aprire varchi al qualunquismo, ma soprattutto ad un sostanziale disimpegno che ha lasciato spazio alle dittature, di nome o di fatto.
La Resistenza ha cambiato le carte in tavola: molti i motivi sublimi, ma anche l’impatto della crescente scolarizzazione e delle nuove fonti di informazione di massa, che hanno stimolato la consapevolezza politica degli italiani. E tuttavia, molto presto la diffidenza ha continuato a farsi largo anche tra i cittadini della Repubblica: segno che la politica veniva giudicata ancora una volta come una riserva di potere e semmai come uno strumento clientelare, anche di scambio, per ottenere presto e bene prebende e aiuti ad personam. E questa prassi si ritrovava nel mondo del lavoro, della scuola, dell’università, della cultura, dei mass media… Le strategie clientelari dei partiti di governo sono emerse in tutta la loro potenza tra gli anni ’60 e gli anni ’90, finché la storia di “Tangentopoli” non ha scoperchiato il vaso di Pandora. Con due conseguenze: il crollo dei vecchi partiti sì, ma anche un mantenimento più furbo e giudizioso del sistema clientelare. Soprattutto nei momenti di crisi, mettersi sotto la tutela di un partito, offrendo dentro di esso presenza, manovalanza, fedeltà, ma anche significativi contributi personali, ha garantito posti di lavoro, visibilità, magari qualche piccola e circoscritta forma di potere che ha consentito talune licenze agli iscritti e ai simpatizzanti attivi. Tutto questo si legge nei tanti saggi scritti negli ultimi trent’anni a riguardo, nei rapporti di ricerca, nelle circostanziate denunce apparse sulle pagine dei più letti quotidiani nazionali.
Viterbo – Palazzo dei Priori – Comune
Le vicende recenti della politica viterbese, al netto dell’onestà dei molti che vi si sono impegnati in prima persona e sui quali metterei la mano sul fuoco perché li conosco da tempo (in una piccola città è un fenomeno comune), non sono state brillanti. Diciamolo chiaramente: altrimenti non sarebbero accaduti certi episodi, comunque laceranti e qualche volta vergognosi, e non saremmo caduti in un processo involutivo che vede Viterbo agli ultimi posti delle svariate graduatorie di qualità della vita.
Ma la carica dei settecento è solo un ulteriore tentativo di creare coperture individuali al proprio futuro, oppure rivela segnali positivi? Cinque, sei, otto liste a sostegno di questo o quel candidato sono solo riempitivi per fare sensazione, o c’è dietro una nuova voglia di partecipare, di “esserci”, seppur in modi distinti e distinguibili? Quattro candidati civici certificano la crisi dei partiti organizzati e testimoniano una reale volontà di rinnovamento, oppure sono soltanto velleitarismi personalistici?
Molte liste sono composte da persone che hanno un loro lavoro, i propri spazi di vita, i propri ruoli sociali e non aspirano a particolari prebende, facilitazioni o favori. E’ gente che vuole cambiare, veder crescere Viterbo, sentirla più ricca ma anche più giusta, più sicura ma anche più accogliente, in grado di misurarsi a livello nazionale e internazionale con altre città simili. Qualcuno in passato ci aveva già provato: “Mi chiamo Sonsa, Porta di Viterbo (…). Grande è il mio nome, eterni i miei privilegi. Chiunque sia gravato da condizione servile, se mio cittadino si faccia, sia considerato uomo libero.” C’é scritto in una antichissima lapide murata oggi all’inizio di Corso Italia, vicino a Via Mazzini. E ancora: “Assai cittadini di bona volontà fecero murare un passo, cioè una canna per uno alto fino alli merli”. Lo narra lo storico Lanzillotto, o una sua più antica fonte, e lo riprende Niccolò della Tuccia. Queste cose accadevano nel 1095. Partecipazione, inclusione, impegno etico, volontà comune per crescere e farsi forte, insomma… A Viterbo, 927 anni fa.
Credo che abbia ragione l’amico Antonio Obino, anche se milita altrove rispetto ai miei riferimenti politici. Sarebbe necessario che in consiglio operassero solo cittadini viterbesi animati da buona volontà, competenza, determinazione, orgoglio, per fare migliore Viterbo; e in grado di supportare l’amministrazione nella realizzazione di progetti di comune e di civico interesse. Senza dover sostenere gli amici degli amici, senza dover rendere conto al referente politico territoriale sui programmi, sugli schieramenti e sulle maggioranze, senza sgomitare per intestarsi meriti e favori. Viterbo ha urgente bisogno di crescere in civismo, in competenza, in capacità di elaborare un proprio percorso identitario da spendere su vasti mercati. Un problema che sentono in molti, professionisti illuminati, operatori economici innovativi, intellettuali creativi, scienziati esperti, giovani ancora ricchi di speranze, certo: ma anche gran parte del resto della popolazione, quella che lavorando in silenzio, operando del suo, contribuisce a “fare” Viterbo.
Competenza, onestà, determinazione, e soprattutto ascolto. Solo così si potranno condividere quelle forme identitarie e sociali che Tommaso d’Aquino definiva come bene comune e come fine comune. “La legge si costituisce con riferimento al bene comune”, sosteneva il grande teologo e filosofo, “ogni altro precetto non ha ragione di legge sino a quando non si riferisce al bene comune”.
Per giungere a tutto questo, meglio settecento candidati tra cui scegliere i migliori, piuttosto che i pochi soliti noti…
O no?
Francesco Mattioli
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