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Ricordi - Negli ultimi anni quaranta del dopoguerra era un momento atteso tutto l’anno

Le giostre di Santa Rosa

di Vincenzo Ceniti
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Viterbo – A Viterbo negli ultimi anni quaranta del dopoguerra, l’arrivo a Santa Rosa delle Giostre (Luna park)  era atteso tutto l’anno. A noi ragazzi di allora scombinava tutto:  i compiti, il  pallone, il cinema, la parrocchia, la passeggiata del Corso.


Viterbo - Luna park sotto piazzale Martiri d’Ungheria

Viterbo – Luna park sotto piazzale Martiri d’Ungheria


Attrazione super in quei tempi di no smartphone, no tv, no internet, no streaming, erano addirittura inserite nei festeggiamenti  dedicati alla patrona.

Accanto al programma dettagliato delle varie iniziative, si faceva largo il “manifesto-lenzuolo” delle manifestazioni tradizionali stampato su due fogli 70×100, con le celebrazioni ufficiali e tradizionali: la processione  dietro al cuore della Santa,  il trionfale Trasporto della Macchina di Santa Rosa, i concerti bandistici, le opere liriche all’Unione, qualche evento sportivo (partita di  calcio Viterbese-Roma, Concorso ippico o riunione di pugilato) e il grandioso Luna park.

La carovana delle  Giostre arrivava alla spicciolata negli ultimi di agosto, provenendo da varie direzioni: dalla Cassia (sia sud che nord), dall’Aurelia  o dall’Ortana. Un codazzo di camion, rimorchi, carrozzoni, preceduto dalle auto delle famiglie dei giostrai. A Viterbo e nell’Italia  centrale “battevano” soprattutto i Gabrielli, i Carbonini e i Livero.


Viterbo - Le giostre di piazzale Gramsci sullo sfondo di un corteo funebre

Viterbo – Le giostre di piazzale Gramsci sullo sfondo di un corteo funebre


L’appuntamento era a piazzale Umberto I (oggi piazzale Gramsci), unico spazio disponibile in una città ancora invasa dalla macerie. Una rara foto dell’agenzia funebre Primo Nocilli, con tanto di carrettone e corteo al seguito della salma documenta il tutto intorno al 1955. Il piazzale, allora sterrato, era anche utilizzato dai primi circhi equestri post guerra in arrivo a Viterbo come il  Medrano, accanto ai più blasonati Togni e Orfei.

Se non ricordo male, un anno venne anche montato il circo Americano addirittura con tre piste. Con la successiva sistemazione di piazzale Martiri d’Ungheria – che venne ricavata utilizzando le macerie dei bombardamenti –  il Luna park si spostò al Sacrario, dove poteva agire con più spazio. Siamo già alla fine degli anni Cinquanta.

Come detto l’attrazione era tanta. Stavamo le ore ad assistere allo scarico e al montaggio di pedane, strutture, luminarie, facendo  paragoni con quelli dell’anno precedente su qualità e  quantità. Ci affascinava la vita avventurosa dei giostrai, da una città all’altra, in perenne movimento, a contatto con realtà sempre diverse.

Ci incuriosiva sapere come  trascorrevano la giornata nei carrozzoni, il loro modo di lavorare  e di parlare. Senza rendercene conto, stava crescendo in noi il germe di una nascente voglia di “altro” che di lì a poco si sarebbe manifestata nelle prime esperienze di turismo in autostop o con la tenda da campeggio.  

Senza contare il fascino di tutto quell’armamentario così insolito e colorito: i cavalli dondolanti del carosello,  le gondole  girevoli,  le catenelle e le seggiole del calcinculo, le gabbie rotanti con la forza delle braccia, l’ottovolante, le automobilette dell’autoscontro, i dischi volanti, il tunnel dell’orrore, la casa delle streghe, il labirinto degli specchi che deformavano le immagini.

“Ci sono anche le montagne russe”. Lo scoprivamo in corso d’opera, quando gli operai incominciavano a scaricare dal carrozzone le vetture quadriposto.  E poi il vascello gigantesco, la ruota panoramica e il trenino-scheggia che correva su un binario unico a misurare i  muscoli dei più forti. Il tutto sull’audio di musiche gracchianti e di voci “professionali”,  senza cadenze  dialettali, che informavano, stimolavano, rimproveravano chi non rispettava le regole.

Sorprendeva  l’agilità dell’addetto al controllo dei biglietti dell’autoscontro che danzava da una vettura all’altra, saltellando qua e là sui bordi delle vetture ricoperti di gomma, tenendosi in equilibrio con una mano stretta alla canna di ferro collegata in cima alla rete elettrica sovrastante.    

Non solo. Anche i chioschi con avvenimenti ragazze che  invogliavano a tirare di fucile o  ci mettevano in mano quattro palle di pezza per scaricare una piramide di barattoli vuoti e rumorosi: si vincevano bambolotti, peluche, sacchetti di caramelle, palloni ed altro.

Era sorprendente  vedere quelle ragazze che un minuto prima cucinavano, pulivano, pelavano le patate, stiravano o davano la pappa ai bambini nei carrozzini, e che poi, in un attimo, si presentavano dietro il banco con il trucco rifatto, belle ed avvenenti, pronte a richiami perentori  per attirare l’attenzione, specialmente dei militari.  E ce n’erano molti in quegli anni a Viterbo, sede della Scuola di paracadutisti. Il pienone si registrava la sera della Macchina dopo il “trasporto”, col cielo illuminato dai fuochi artificiali.

Il massimo era poter disporre di qualche biglietto omaggio che veniva dato ai questurini,  alle “guardie” (oggi i vigili urbani) e a qualche membro del Comitato festegiamenti.  Di solito un cartoncino logoro con scritto, vale una corsa, vale un giro, vale un tiro a segno. Per noi valeva tanto. Tutto finiva dopo Santa Rosa con le prime piogge e i primi freddi. Le carovane ripartivano verso altre città. Ma noi già  pensavamo all’anno prossimo.

Vincenzo Ceniti   


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27 maggio, 2022

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