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Lettere al direttore - Viterbo - Il sociologo Francesco Mattioli in vista della prossima tornata elettorale: "Sono 'ufficiosamente' candidato al consiglio comunale. Non si deve solo indicare la strada, occorre anche percorrerla" - Risponde Carlo Galeotti

“Occorre che i viterbesi diano il proprio contributo, non c’è spazio per chi non dà nessuna idea…”

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Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Caro direttore,

seguo i tuoi interventi con la consueta attenzione che meritano, e sai che ne condivido gran parte non solo dei significati ma anche dei referenti filosofici che li sostengono (siamo ambedue popperiani, seppur con sfumature differenti).  


Francesco Mattioli

Francesco Mattioli


Consentimi innanzitutto una doverosa premessa. Sì, è vero: sono “ufficiosamente” candidato al consiglio comunale di Viterbo in una della liste che fanno capo a Luisa Ciambella. Non per risolvere tutto, per carità, ma per dare un contributo diretto. Troppi soloni se ne stanno sui loro scranni intellettuali a giudicare i vivi e i morti, a fare quelli che Max Weber definiva i “profeti della cattedra”, tenendosi aristocraticamente lontano dalle miserie del mondo e senza sporcarsi con il puzzo delle pecore, come ha detto provocatoriamente papa Francesco. Non sono fra quel tipo di sociologi; come tu non sei fra quel tipo di giornalisti. È solo per questo che, non riuscendo  a fare affidamento sui “politici” di professione o di vocazione, mi sono messo in gioco. Gli intenti, anche in dettaglio, sono chiari da quattro anni, niente di abborracciato da un giorno all’altro. Dietro, c’è sempre il tentativo di portare a compimento il significato fascinoso di certi slogan che non erano vuote parole se hanno cambiato la Storia:  come il “siamo realisti, vogliamo l’impossibile” di Nanterre oppure l'”utopia creatrice” professata  dal prof. Keating/Robin Williams in piedi sulla sua cattedra ne “L’attimo fuggente”.  Ma mi scuso: non è di me che intendo parlare; non è corretto, potrebbe sembrare mera e gratuita propaganda, come quella che ti è giunta da taluni tuoi interlocutori in questi giorni.  

Nelle righe che seguono cercherò di fare soltanto il mestiere del sociologo.

Durante la precedente tornata elettorale hai ospitato nella sede di Tusciaweb il sottoscritto, assieme agli amici Carlo Scipio e Umberto Laurenti, portatori di un  programma di sviluppo per Viterbo che avevamo definito “Viterbo che vorremmo”, e i candidati sindaco d’allora, che vennero tutti ben volentieri a scambiare con noi idee, opinioni e propositi. 

Come si è poi visto, non ne uscì pressoché nulla di più che un cordiale colloquio intorno ad un tavolo.

Dire che personalmente ne uscii deluso offenderebbe quel minimo di consapevolezza professionale che un sociologo matura a proposito dei meccanismi politici, sociali e culturali che governano la convivenza urbana, segnatamente in questa città.  

D’altronde, parafrasando  l’Ed Huthcheson/Humphrey Bogart de L’ultima minaccia, verrebbe da dire “È la politica, bellezza! E tu non puoi farci niente! Niente!”. Ma non sono d’accordo. Intanto sono convinto che  affermare marxianamente (e marxisticamente) che tutto è politica significa svilirne il senso e il ruolo. Ma c’è di più; non esiste “la” politica. Esiste quella “alta”, che ha la P maiuscola, ed esiste quella “bassa”, con la p minuscola. Walter Cronkite, con cui ho avuto la fortuna di chiacchierare a lungo, e che tu ben conosci, era un giornalista politico di vaglia, per cinquant’anni il più seguito d’America; quando gli chiesi cosa ne pensasse della politica, mi rispose che è la sfida più impegnativa per il giornalismo, un ottimo oggetto di studio per i sociologi, ma anche una foresta di contraddizioni. In specie tra ciò che viene detto e ciò che viene fatto, o può essere fatto. Così, quella P maiuscola e quella p minuscola non solo convivono una accanto all’altra, ma si confondono tra loro, e ciò genera perplessità e talvolta disprezzo fra gli elettori, fomentando inoltre il mero litigio opportunistico che caratterizza i rapporti tra un governo  e una opposizione. Cose non nuove, che alla nostra età ormai conosciamo bene, ma che dette da Cronkite assumono crismi di verità, o di una verità molto più attendibile di altre.

Ma vorrei confrontarmi con te su un ulteriore punto. L’attuale temperie geopolitica ed economica probabilmente sta ridimensionando i progetti più avanzati, non solo a livello globale e nazionale, ma anche nel “piccolo” dell’amministrazione di una città. Come sai, c’è chi in mancanza di gas propone di sopperire con nuove centrali a carbone, a distanza di sei mesi e in palese contraddizione con i buoni propositi di decarbonizzazione della produzione energetica sbandierata a Glasgow durante il Cop 26. E, a cascata, figurarsi quali altre priorità rischiano di scalare a ritroso le posizioni in classifica…

Se si paventa una crisi socioeconomica, una forte inflazione, la prossima amministrazione viterbese dovrà inevitabilmente misurarsi con le necessità di sostenere soprattutto la vivibilità delle famiglie meno abbienti, più bisognose di sostegno economico. Occorrerà molto “ascolto”, molta “dedizione”, molto “servizio”. Altro che schermaglie di partito o di coalizione…

Ma questo doveroso e necessario impegno verso il sociale potrebbe essere preso a giustificazione da qualcuno per ridimensionare tutti gli altri servizi, tutti gli altri progetti: non solo nell’affrontare in modo riduttivo il discorso sulla rigenerazione urbana, rischiando di farne un programma meramente assistenziale, ma mettendo in sottordine i necessari progetti  sulle infrastrutture, lo sviluppo turistico-culturale, la sicurezza, la manutenzione ordinaria, il verde pubblico, ecc.

Errore. Questo è proprio il pericolo da evitare; l’occhiolino zuccheroso al facile populismo di piazza, il riduzionismo demagogico del fare, il falso realismo di chi pratica il minimalismo ideativo e operativo per non mettersi alla prova, per non  rischiare.

Perché se un progetto che punta in alto è ben realizzato, se serve a far “decollare” veramente questa città, allora non può che essere un moltiplicatore di sviluppo, civile e occupazionale. 

Ma certi progetti vanno messi subito nero su bianco; altro che mere dichiarazioni di intenti.

Non si deve solo indicare la strada, occorre anche percorrerla, e quindi dire chiaro e  tondo con quali attrezzature affrontare le difficoltà che presenta, come superarle, magari usando toni meno roboanti, meno demagogia, meno chiacchiere e distintivi, e dando invece segnali di reale concretezza. C’è chi ci prova e c’è chi non pare abbia ancora il tempo, o le idee chiare, per passare dai proclami ai programmi. Nell’attuale panorama di candidati/candidate sindaco ben pochi hanno estrinsecato in dettaglio i propri progetti; e questo non conforta. 

Occorre che i viterbesi comincino a fare delle scelte di campo; anche esplicite, magari compromettenti, magari contribuendo a dare un proprio contributo di idee. Che si tratti di impiegati, professionisti, operai, agricoltori, artigiani, insegnanti, studenti, pensionati, imprenditori, medici, infermieri, commercianti, giornalisti, sociologi, sportivi, bibliofili, collezionisti o media influencer. Specie se ritengono di avere occhi e orecchi per vedere e ascoltare, se pensano di avere una testa propria, di non  essere schiavi dell’ideologia e neppure degli ordini di scuderia, se oltre  a lamentarsi sanno anche proporre. Insomma – per dirla alla Pericle – se sono “cittadini” e non schiavi.

In una democrazia vera, partecipata e vissuta responsabilmente, non c’è spazio per quelli che scuotono la testa, poi si girano dall’altra parte, non ti danno nemmeno un’idea di cosa fare e aspettano sempre che sia qualcun altro a provvedere, salvo poi a criticarne l’operato. Se gettano il sasso, facciano vedere la mano; diversamente da quelli che, vissuti “senza infamia e senza lodo”, sono costretti a correre nell’Antinferno dantesco appresso a un’insegna senza valore.

Ti ringrazio per l’attenzione.

Francesco Mattioli


Anche se non capisco il senso della cosa, lei mi trascina a risponderle. Visto che non manda una sua nota, come fanno gli altri candidati, ma invia una lettera al direttore, con la finalità dichiarata di interloquire. Visto che sono una persona minimamente educata talvolta, mi vedo costretto a risponderle. Mio malgrado e a suo rischio e pericolo.

Come già spiegato in altri casi, non ho più l’età per i giochi, ma in verità ero così anche a 18 anni. E non ho più voglia di occuparmi di questioni minori. 

Candidature di questo o quello. Dilettanti o professionisti della politica che siano. Ma debbo dire che di professionisti non ne vedo in giro, purtroppo. E neppure di dilettanti di talento. Qui il massimo che ci possiamo permettere è uno Sgarbi di seconda mano, per giunta.

Ho letto e riletto la sua lettera ma, debbo dire con scarso successo, deve dipendere dalle mie limitatissime capacità intellettuali, essendo lei un cattedratico di chiara fama. 

Scarso successo, non avendo capito il senso e il tenore della sua lettera.

Mi preme sottolineare solo un paio di cose, proprio perché mi ci trascina per i capelli. 

La mia formazione, limitatissima e scadente, è anni luce distante dalla sua. Direi che sostanzialmente non c’è nulla in comune, se non qualche lettura marginale. 

Per capirci, io ritengo di far parte di un piccolo stuolo di studenti di filosofia capaci di far cose concretissime: saper costruire una dimostrazione logica decente, costruire una macchina di Turing, dimostrare qualche teorema. Magari quello di incompletezza di Gödel. Niente di più e niente di meno: cose concrete e limitatissime. Distantissime dalla sua vasta e infinita cultura. Come vede nulla in comune.

La mia concretezza deriva da gentaccia come Parmenide, San Tommaso D’Aquino, Descartes, Newton, Kant. Per fare degli esempi. 

Noi poveri manovali della cultura andavamo a lezione da Carlo Cellucci. Cattedratici come lei, non so lei nello specifico, andavano a fare l’esame di logica sul primo libro del Capitale di Marx. Il docente era Alberto Gianquinto. Un vero e inusitato, a nostro parere, abominio culturale. Ma questo era ed è l’Italia. Capisce un esame di logica matematica, sul primo libro del Capitale di Marx. Confesso che anche io ho letto il Capitale, ma scelsi di leggerlo con un maestro del settore: Giuseppe Bedeschi. Intellettuale serissimo. Capace di smontare pezzo a pezzo i mille cavilli metafisici della prosa marxiana.

Ecco mi sembra che ci dividano Carlo Cellucci e Giuseppe Bedeschi. E ci aggiungerei, per vera stima, Michele Ranchetti. E tutto ciò che quel filone culturale, apparentemente composito, comporta: precisione, rigore e umiltà intellettuale, che non ci azzecca nulla con l’umiltà personale.

Due maestri, Cellucci e Bedeschi, che non hanno nessuna responsabilità, ovviamente, per le povere cose che vado ripetendo da anni. 

Quindi sinceramente non ci siamo cibati allo stesso tavolo della cultura. Il mio è sicuramente un tavolo piccolo, basso, periferico e solitario, ma non è il suo. Grande, sontuoso, internazionale.

Proprio perché mi ci costringe lei, devo confessarle che i sociologi mi sono sembrati sempre facenti parte di sedicenti scienziati di una “scienza” dalle improbabili fondamenta.

Stiamo cercando, scavando, le fondamenta della matematica, che ovviamente non ci sono, si immagini che cosa posso pensare della scienza che lei esercita per  professione.

Roba da “parolai matti”. Ma ognuno è quel che è. E il giudizio di un dilettante, come il sottoscritto, vale meno di nulla rispetto a quello di un cattedratico del suo livello.

Seconda questione. Nel suo intervento non vedo programmi politici o progetti per delle elezioni comunali. Vedo solo chiacchiere buone per ogni occasione. Ma forse i  progetti e i programmi, come lei ricorda, li avrà illustrati nella sede di Tusciaweb. Ammetto: non ricordo idee brillanti. Ma deve essere certo colpa della mia scarsa memoria.

Ma questa è l’opinione, da lei sollecitata non senza una certa acribia devo ammetterlo, di un vecchio dilettante della cultura e della politica.

Infine non posso fare a meno di dire, visto che mi costringe, che la politica dovrebbe essere una cosa seria e scegliere l’area fioroniana, la ex vicesindaca fioroniana,  per fare delle cose serie e concrete, qualunque esse siano, mi sembra veramente una contraddizione in termini. Un ossimoro politico. Il peggio della “politica” per fare politica. Cose mai viste. Ma l’intellettuale è lei. Chi capisce è lei. Noi non possiamo che annichilire di fronte a tanta scienza politica concentrata in un sol uomo.  E dire che ci eravamo fin dimenticati di chi fosse Fioroni. Ma per fortuna c’è lei che ce lo ricorda.

In buona sostanza credo che tra la sua discesa in campo e la politica ci sia un mare, un oceano di distanza. Credo che gli intellettuali in politica siano dannosi e che sarebbe meglio facessero il loro lavoro se ce l’hanno. Se in  questo paese si cominciasse a fare bene il proprio mestiere sarebbe cosa giusta e buona.
Mi ha chiesto il mio parere e sono stato costretto a esternarlo. Avrei preferito non farlo. Ma lei ha insistito.

Infine che dirle? In bocca al lupo, contento lei. Non aggiungo altro, veramente non vale la pena di fronte a tanta miserrima politica. Politica si fa per dire. Ovviamente.

Torno a occuparmi di politica con la “p” minuscola. Dopo questo inutile intermezzo. Ma lei me lo ha praticamente quasi imposto. La lascio volentieri alla sua politica con la “P” maiuscola. 

Ovviamente come gli altri candidati avrà lo spazio che giornalisticamente è normale le sia dato, se vorrà intervenire. Un giornale dà spazio a tante cose e fortunatamente non è obbligato a condividerle.

Spero invece che la nostra interlocuzione finisca qui. Essendo molto impegnato in questo periodo ed essendo ormai vecchio e stanco. 

Carlo Galeotti 


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7 maggio, 2022

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