![]() Francesco Mattioli |
Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Mi permetto un commento “sociologico” ai dati emersi dal sondaggio Piepoli – Tusciaweb sui bisogni e sui problemi viterbesi esposti dagli intervistati.
Premetto che i sondaggi – ormai è cosa nota – vanno considerati un buon affaccio sulla realtà studiata, a patto che se ne considerino anche i limiti; che son metodologici, statistici, di linguaggio, di comunicazione, di divulgazione. Ma questo si trova già in letteratura scientifica e lo daremo per scontato.
Tralascio un commento alle dichiarazioni di voto per questo/a o quel/quella candidato/a perché nella situazione politica locale la situazione appare molto fluida, se non contraddittoria, e ogni previsione può rivelarsi prematura.
Invece i problemi di Viterbo sono annosi e quindi consolidati, e se ne può parlare più concretamente.
Strade disastrate e centro storico in abbandono sono temi che non riguardano solo Viterbo, ma molte altre città; sono in parte i problemi dovuti al cambiamento epocale dell’evoluzione urbana e dell’uso della città.
Sorprende che i viterbesi siano scarsamente preoccupati della criminalità; forse confondono criminalità e devianza e non hanno trovato lo stimolo giusto per la risposta; anche perché degrado urbano e devianza – non meno allarmante sul piano sociale della criminalità vera e propria – camminano assieme.
Vediamo invece le peculiarità viterbesi. Su cui gli intervistati hanno insistito. Viterbo ha due volti: quello di città termale e quello di città d’arte e cultura. Ma c’è qualche confusione.
Che i brand di Viterbo siano “città medievale” e “città dei papi” ovviamente ci sta, anzi direi che sono due aspetti dello steso brand perché ne coincidono forme e riferimenti storici. Che tra essi vi sia anche “città della macchina di S. Rosa” è prevedibile, anche se una manifestazione premiata dall’Unesco meriterebbe più considerazione di un 16%. Viterbo città etrusca è invece un mantra con modesti riscontri reali, rispetto ad altri centri della provincia. Quel che preoccupa è che “Viterbo città termale” sia un brand un po’ trascurato.
Il tutto, in realtà, deriva da qualche confusione e sovrapposizione. Gli intervistati dichiarano che il tema su cui puntare per lo sviluppo della Città è il turismo (77%), seguito da attività termale (35%) e cultura (32%). Ebbene, la confusione sta proprio qui, perché il turismo – a Viterbo – è già costituito sostanzialmente da terme e cultura (intesa in senso lato, quindi comprese le manifestazioni del folclore e la formazione storica di un “paesaggio”).
Almeno dagli anni ’80 la cultura è ormai considerata un bene “materiale”, cioè sfruttabile economicamente oltre che intellettualmente (ricordate i “giacimenti culturali”?) e, al netto dei bagni di mare e delle arrampicate montanare, il turismo in Italia è soprattutto un turismo culturale. Insomma, è solo dal mosaico funzionale tra cultura, paesaggio e – per Viterbo – terme, che si giunge a parlare di turismo.
In considerazione di tutto ciò, una amministrazione a cui sta a cuore lo sviluppo di Viterbo dovrà puntare su “eventi culturali” che smuovano ampie masse di fruitori, senza rinunciare alla qualità – tutt’altro – ma scegliendo soprattutto una qualità facilmente socializzabile ed estensibile ad un vasto pubblico.
Perché solo un turismo massivo ma strutturato (quindi residenziale, non fagottaro) genera sviluppo: in un contesto sistemico turistico-culturale in cui cultura, terme, ambiente, tempo libero, formazione e informazione assicurino una vera “rigenerazione urbana”, che inizia sempre da una crescita complessiva della coscienza civica.
Francesco Mattioli
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