Bagnoregio – “La mafia non è finita, abbiamo bisogno dei giovani per continuare a testimoniare”. Pietro Grasso, ex magistrato anti mafia, ex presidente del senato e fondatore del partito Liberi e Uguali, ospite a Civita Luogo del pensare a Bagnoregio. Amico intimo e collega, ha lavorato al fianco di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Ha vissuto con due grandi personaggi che hanno lottato contro le criminalità organizzate e che per il loro lavoro sono stati uccisi.
Pietro Grasso
Pietro Grasso, intervistato dal direttore di Tusciaweb Carlo Galeotti, ha presentato il libro Il mio amico Giovanni, scritto assieme al giornalista viterbese Alessio Pasquini con cui collabora dal 2013.
Secondo appuntamento, quello di giovedì scorso, della rassegna Civita luogo del pensare, organizzata da Francesco Bigiotti di Casa Civita con l’aiuto dell’associazione Juppiter. Il primo è stato un omaggio a Lucio Dalla.
L’incontro si è svolto a Bagnoregio, nel parco belvedere intitolato a Falcone e Borsellino. “Un luogo simbolico – ha spiegato il sindaco Luca Profili -. Quest’anno per il festival Civita luogo del pensare, abbiamo scelto un tema attuale, un argomento che ci sta a cuore e che cerchiamo di diffondere, la legalità. Quest’anno ricorre il 30esimo anniversario dalla strage di Capaci e via D’Amelio dove hanno perso la vita due grandi personaggi che hanno lottato contro la mafia. Due simboli della lotta contro le criminalità organizzate. Siamo onorati di ospitare un personaggio come Pietro Grasso, un uomo che ha vissuto in primis questa tragedia”.
Carlo Galeotti con Pietro Grasso
“Inizio il libro con il racconto di un ragazzino Giuseppe Letizia perché più volte con Giovanni Falcone ci siamo detti che questo episodio serve per spiegare cos’è la mafia vera, capire la sua essenza – ha sottolineato Grasso -. Un’anima innocente, uccisa dalla criminalità organizzata siciliana, all’ospedale di Corleone diretto da un medico, Michele Navarra, che all’epoca era anche il boss mafioso della zona. Un bimbo che spaventato da quello che aveva visto con i suoi occhi una notte del 1948, l’uccisione del sindacalista Placido Rizzotto, poteva essere d’intralcio per Cosa nostra. Uomini violenti, spari, urla. Un trauma per questo ragazzino. Il giorno dopo il papà, preoccupato per le condizioni del figlio, lo portò all’ospedale di Corleone. E da lì, il piccolo non uscì più vivo. Il giorno seguente si diffuse la notizia del piccolo morto nell’ospedale a causa di un’intossicazione alimentare. Ma la giustizia non si fermò, volle andare a fondo. E così scoprimmo la verità”.
Una storia che svela come Cosa nostra sia interna alla società civile.
“Questo ci fa capire che la mafia è rappresentata da una persona insospettabile – continua Grasso -, un esponente della comunità. Nel caso del piccolo Letizia si trattava di un medico. Non si parla di una mafia solo criminale e violenta, ma che è dentro la classe dirigente. Pur di raggiungere l’impunità e non far scoprire gli omicidi, la mafia uccide donne, bambini, anime innocenti. La mafia uccide. Cosa Nostra cerca di accaparrarsi e togliere i diritti ai cittadini, li spaventa. Una mafia che non deve esistere”.
Pietro Grasso
Il libro è in gran parte dedicato a Giovanni Falcone.
“Falcone era una persona eccezionale e professionale – ha detto Grasso -. All’apparenza sembrava una persona distaccata, una persona sulle sue. Poneva uno scudo, ma in realtà era tutt’altro. Si mostrava così perché diceva che a Palermo, quando si parlava con qualcuno, non si sapeva mai chi ci stesse davanti. Poteva esserci chiunque, anche un mafioso. Bisognava capire la persona”.
Carlo Galeotti con Pietro Grasso
Poi il racconto del maxiprocesso Cosa Nostra. “35 giorni reclusi in camera di consiglio in un’aula bunker creata appositamente, attaccata al carcere dell’Ucciardone, in maniera che i detenuti potessero così transitare direttamente dal carcere nell’aula. Un processo lungo. Il processo si doveva svolgere a Palermo. E non altrove. A Falcone era stato proposto di spostare il processo a Roma. Ma lui non accettò. Fu un processo giusto, con una sentenza adeguata. Ci sentimmo soddisfatti”.
Il maxi processo cambia la vita di Grasso.
“Da lì in poi la mia vita è cambiata – ha ricordato Pietro Grasso alla folla presente -, sia professionalmente che socialmente. Passai da essere un magistrato abituato a stare all’aria aperta, a recarmi in ufficio in sella alla mia motocicletta, a essere scortato 24 ore su 24 con uomini col mitra in mano e giubbotto anti proiettili, senza avere un minimo di libertà e una mole di lavoro impressionante. Ho rischiato molto, anche la mia famiglia. Mio figlio non ha visto una figura paterna presente dall’età di 14 anni”.
Pietro Grasso
Si arriva alla strage di Capaci. Vi persero la vita Falcone, la moglie Morvillo e gli uomini della scorta.
“Quando seppi dell’accaduto – racconta l’ex magistrato rivivendo quel momento della notizia della strage di Capaci come se fosse ieri – inizia a gridare ‘Assassini, Assassini!’. Mi precipitai all’ospedale per avere notizie del mio amico. Vidi Borsellino uscire dall’ospedale, ma, dalla sua faccia, capii che non c’era più niente da fare. Se ne era andata una parte della mia vita. Della nostra vita. Ho sentito molto questo tributo personale. Ero con mio figlio e mia moglie quando seppi dell’attentato a Falcone. Ci abbracciammo. In quel momento mio figlio capì la mia assenza a cosa era dovuta. Si poteva morire per mafia”.
Verso la conclusione dell’incontro, Pietro Grasso ha mostrato un oggetto per lui prezioso e con un valore simbolico. Un accendino, ma non uno qualsiasi. L’accendino che il suo amico Giovanni Falcone gli aveva donato qualche giorno prima della strage. “Voglio smettere di fumare, ti do il mio accendino perché mi fido di te e so che quando vorrò riniziare, me lo restituirai. Ma non ebbe il tempo”, ha spiegato commosso Grasso.
Pietro Grasso con l’accendino donatogli da Giovanni Falcone
“Quando ci sono le difficoltà, questo accendino mi dà la forza di andare avanti. Quando vedo questa fiamma, vedo la scintilla dei suoi occhi, la sua immagine, la forza, l’entusiasmo che aveva. Spero che attraverso questa fiammella, si possano accendere tante fiaccole. Questo accendino vuole essere il tramite per coinvolgere i ragazzi a continuare questa storia”.
La lotta alla mafia continua.
“Non ho mai smesso di cercare la verità su quella strage – ha concluso l’ex magistrato -. Ho giurato sulla tomba dei miei amici che continuerò a farlo. Sono morti fisicamente, ma continuano a vivere. Sono qui. La mafia non è più violenta come una volta. Bisogna continuare a raccontarla perché è una storia che continua. La mafia non è finita”.
Un libro, quello di Pietro Grasso, scritto in occasione del trentennale della strage di Capaci per raccontare alle nuove generazioni la loro amicizia, le tante battaglie vissute al suo fianco e il loro trionfo.
Federica Focaracci
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