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Cronaca - Paola Marchetti e Giancarlo Torricelli di Bassano Partecipa: "Anziché blindare il dibattito, ridurlo ad un tecnicismo ci sarebbe bisogno di una discussione vera, che coinvolga i consigli comunali e le comunità locali"

“Talete, va ripensata la scelta della privatizzazione”

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Viterbo - Giancarlo Torricelli

Viterbo – Giancarlo Torricelli

Bassano Romano – Riceviamo e pubblichiamo – Come era prevedibile la decisione del consiglio comunale di Viterbo di approvare un ordine del giorno contro la privatizzazione di Talete ha avuto, almeno, il merito di riaccendere la discussione attorno alla gestione del ciclo idrico della Tuscia, che si trascinava stancamente tra furbizie (il voto del 10 giugno per l’apertura ai privati) e la presunta mancanza di alternative. 

La presa di posizione del comune capoluogo, che all’interno della società idrica detiene il 21% delle quote, dovrebbe essere il classico sasso nello stagno, l’occasione giusta per riaprire una discussione generale che abbia l’ambizione di alzare l’asticella e di misurarsi con un tema ormai ineludibile: il senso della Talete, il suo futuro e la sua mission, in questo tempo segnato drammaticamente dalla crisi climatica, dove la siccità e l’emergenza idrica (basterebbe osservare lo stato dei fiumi e corsi d’acqua che attraversano la provincia di Viterbo, dal Tevere al Marta) rischiano di costituire la normalità anche alle nostre latitudini.

Ed invece, la cosiddetta politica provinciale, dall’ineffabile presidente della provincia, a gran parte dei sindaci, fino ai rappresentanti di quasi tutti gli schieramenti (dal Pd a Forza Italia, dalla Lega a Fratelli d’Italia), inserisce il “pilota automatico” e reagisce alla “pretesa” del consiglio comunale di Viterbo (che, in fondo, interpreta un sentimento largamente diffuso sul territorio) con un atteggiamento di lesa maestà e di chiusura incomprensibile, adducendo un’unica argomentazione: non c’è alternativa all’ingresso dei privati.

Una dichiarazione di impotenza, che la dice lunga sulle ambizioni della politica, dove il ricorso ad argomentazioni tecnicistiche, finisce per coprire un sostanziale vuoto di orizzonte politico. 

Ed è paradossale che a sostenere queste tesi siano gli stessi schieramenti politici ed istituzionali che hanno gestito la Talete per almeno un decennio, coprendo scelte clientelari, piani d’ambito “gonfiati”, affossando, di fatto, il suo carattere “pubblico”, espropriando le comunità locali di qualsiasi diritto, aumentando le tariffe in funzione di ipotetici finanziamenti, mai arrivati, ed ora, come se fosse la cosa più normale del mondo, spiegando che “non c’è alternativa” alla privatizzazione e che, comunque, con la vendita del 40% delle quote la gestione rimarrebbe pubblica(!!). 

Ma in che senso? Quando si gioca con le parole non è mai un granché per la politica e per la democrazia. Il referendum del 2011, che, nella Tuscia, raggiunse punte di adesione del 95%, si espresse contro l’ingresso dei privati nella gestione, oltre che nella proprietà. Esattamente quello che, invece, si sta tentando di fare con la vendita del 40% di Talete.

Si può dire che di quell’esito referendario non freghi più nulla, ma bisogna dirlo, senza accusare gli altri di non aver capito. 

Certo, la situazione di Talete è la dimostrazione che la gestione pubblica di per sé non sia garanzia di nulla, ma lo stesso discorso vale anche per l’ingresso dei privati. 

Basterebbe guardare cosa stia significando la presenza di Acea negli Ato di Latina e di Frosinone per capire quanto sia ideologica l’idea che l’ingresso di grossi player privati nel capitale di società locali possa determinare automaticamente efficienza ed economicità. 

Anzi, quelle esperienze dicono precisamente il contrario.  Anziché blindare il dibattito, ridurlo ad un tecnicismo (ripetere o meno la votazione del 10 di giugno) ci sarebbe bisogno di una discussione vera, che coinvolga i consigli comunali e le comunità locali su come provare a dare un futuro alla gestione del ciclo idrico nella Tuscia, ci sarebbe da riprendere un ragionamento sensato e scientificamente  fondato sui bacini idrografici (su cui qualche rappresentante istituzionale addirittura ironizza stoltamente), che sono alla base della legge regionale 5 del 2014, il cui vero limite e’ la sua mancata applicazione. 

Ragionare sui bacini idrografici, anziché sugli attuali Ato determinati su regole amministrative, significherebbe misurarsi davvero con il grande tema della tutela della risorsa idrica, nel momento in cui la siccità ci ricorda che l’acqua è un bene finito e come tale incompatibile con le logiche del profitto.

Paola Marchetti
Giancarlo Torricelli
Bassano Partecipa 


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30 luglio, 2022

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