Viterbo – Il cippo di piazzale Gramsci, a ricordo dell’eccidio perpetrato dai militari tedeschi l’8 giugno 1944 contro tre viterbesi innocenti, è in uno stato di estrema trascuratezza, quasi di totale abbandono. La lapide, spaccata e sporca, in condizioni pietose, si legge con difficoltà.
“Qui l’8 giugno 1944 – recita l’iscrizione lapidea – colpiti dalla rappresaglia tedesca cadevano una donna rimasta sconosciuta, Pollastrelli Giacomo, Telli Oreste, vittime d’inumana ferocia custodi di patria libertà”.
Significativa la testimonianza diretta del nipote di una delle vittime: “L’8 giugno 1944 una formazione di partigiani della banda Biferali – racconta il senatore Sergio Pollastrelli – si scontrò con una formazione della milizia speciale tedesca sui Monti Cimini. Quest’ultima ebbe tra le sue fila un ferito. Al ritorno per vendetta, la formazione tedesca entrando a Viterbo da Porta Romana, scese da via Cavour con l’intenzione di fare un rastrellamento di persone civili. Fu per questo – continua Sergio Pollastrelli – che quattro persone indifese che salivano via Cavour, tre uomini ed una donna rimasta tuttora sconosciuta, furono catturati. Uno di questi tre uomini era mio zio Giacomo Pollastrelli, fratello di mio nonno Riziere, insieme a lui era Oreste Telli, e un altro uomo che lungo il percorso, fino al passaggio a livello di piazzale Gramsci, riuscì a fuggire. I due uomini e la donna furono barbaramente fucilati sul muro proprio nei pressi del passaggio a livello”.
L’eccidio di settantotto anni fa venne eseguito nel momento in cui, nella città di Viterbo, si stavano vivendo momenti molto tragici a causa dei bombardamenti devastanti che, è bene ricordarlo, avvennero in tre fasi: estate 1943, gennaio-febbraio 1944, maggio-giugno 1944. Proprio in quest’ultimo periodo vennero colpite “Piazza della Rocca, Porta Fiorentina e le strade adiacenti, Via della Pettinara, Via Prada, l’attuale Via Matteotti dove venivano centrati numerosi edifici, oltre il Palazzo Pocci, sede della Biblioteca Comunale e non più ricostruito, e la chiesa di San Luca” come scritto da Omero Paccosi sul suo “Viterbo anno quarto (1944)” e poi ancora altri bombardamenti su Porta Romana, Via Garibaldi, Via Cavour, Piazza Fontana Grande, le chiese di San Sisto e di Santa Maria della Verità, Santa Maria in Gradi all’interno del penitenziario, la cattedrale di San Lorenzo, parzialmente il vicino ospedale, Porta Fiorentina, il quartiere del Cunicchio, il Monastero di Santa Rosa e le aree limitrofe. Nelle ore antelucane del 5 giugno i bombardieri colpirono ancora il centro della città e di sera, verso le 19,30, il centro di Soriano nel Cimino dove ci furono circa 180 morti e la distruzione di circa 250 case. Alle 1,30 del 6 giugno ancora altre ondate di incursori su Viterbo.
I tedeschi in città, come in provincia, incutevano terrore perché non avevano mezze misure con la popolazione civile: alla minima trasgressione c’era la fucilazione immediata.
Con molta tristezza e dispiacere voglio ricordare anche, tra le altre, l’uccisione di cinque partigiani (Africo Balocchi, Marsilio Gavini, Felice Grillo, Francesco Sorrentino e Alvaro Vasconi), nella poco distante Manciano, fatti passare dai tedeschi come banditi.
I viterbesi in questo periodo di settantotto anni fa erano ormai stanchi e angosciati per le violenze subite dai tedeschi. Era vietato violare il coprifuoco, vietato circolare con armi da fuoco, vietato diffondere notizie contro le autorità militari germaniche e compiere atti di sabotaggio. Anche per viaggiare sul treno serviva una giustificazione.
Molti cittadini, durante le incursioni aeree, affollavano i diversi rifugi, due dei quali ricavati all’interno della galleria della copertura del fosso Urcionio che prendeva aria dal suo sbocco nella Valle di Faul.
Silvio Cappelli
Copyright Tusciaweb srl - 01100 Viterbo - P.I. 01994200564PRIVACY POLICY