Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Caro direttore, il Gay Lazio Pride viterbese se non altro ha scoperchiato nella nostra città la pentola del problema della diversità di genere, ovviamente con risvolti drammatici a volte, sentenziosi in altri casi e persino provocatori in quelle persone più aduse ad esagerare.
Al sociologo compete l’obbligo di spiegare certi meccanismi socioculturali al di là delle convinzioni meramente personali e se possibile di dare un contributo per così dire “scientifico” alla questione.
Nell’intervento di Emanuel Alison Flamini vi sono almeno due spunti che mi stimolano alla riflessione: il primo, ovviamente, riguarda il tema della diversità, in particolare in questo caso quella di genere; il secondo i condizionamenti del cosiddetto “ambiente provinciale” che stenta di fronte al cambiamento. Non voglio farla lunga, ma andiamo sul concreto.
La società si basa su certezze. Cioè sui criteri di valutazione condivisi che permettono un funzionamento spedito dell’organizzazione sociale, della divisione dei ruoli, quindi un facile riconoscimento di chi ci sta di fronte e una facile previsioni dei suoi comportamenti. Divise, abbigliamento, cartelli, etichette, rituali comportamentali, modi di dire appartengono tutti a questo processo di “categorizzazione sociale”; senza di essi sarebbe complicato vivere in una collettività.
E questo processo è inevitabile, appartiene all’essere umano e alla sua storia. Ne nasce lo stereotipo, utilissimo novanta volte su cento ad anticipare e prevedere la condotta altrui sulla base di segnali di significato condiviso e della definizione della situazione: così ad esempio noi distinguiamo la divisa del tranviere da quella del poliziotto, ma anche l’abbigliamento maschile da quello femminile. Ed evitiamo di fare gaffes, come osservava argutamente uno dei massimi studiosi del fenomeno, Erving Goffman.
Viterbo – Lazio Pride
Flamini accenna ad una cosa molto giusta: i criteri di riconoscimento li impongono i modelli culturali nel corso della storia e tali criteri assumono un certo significato etico/morale sulla base di una visione dominante legata alla volontà dei detentori del potere.
Noi oggi siamo ancora schiavi di una cultura “maschilista” che si aspetta certi comportamenti dalla donna e rende esclusivi altri riservati all’uomo, con gravi problemi ad esempio nel mondo del lavoro, ma non solo.
Figuriamoci cosa accade nel caso di una ridefinizione dei criteri di individuazione/valutazione sessuale dei comportamenti, che per decine di secoli sono stati direttamente collegati alla “morale”.
Oggi la società è più complessa, articolata, sono emerse (accanto ad altri comportamenti standardizzati, come nei social media) anche nuove forme sociali, etiche e culturali. In questa lotta per l’innovazione e il cambiamento non si sono risparmiati i colpi dall’una e dall’altra parte, con forzature proprie del conflitto sociale e culturale, che è sempre impegnativo per alcuni e addirittura traumatico per altri.
L’oscurantismo colpisce tuttora contro il cambiamento e la necessità di fare giustizia di certe oppressioni troppo a lungo imposte con la forza dello scandalismo; ma il politicamente corretto in alti casi ha preteso un cambio di marcia talmente improvviso e irrituale, persino gratuito, da mettere in crisi il motore della società, che è un diesel, non proprio un fulmine di guerra.
L’altro giorno sul Corriere della Sera si è fatto riferimento alla “generazione Egonu”, prendendo spunto dal comportamento della nostra migliore pallavolista (e forse del mondo) che è saltata da una scelta omosessuale ad una eterosessuale nel giro di pochi mesi: una generazione più libera, quindi, più spontanea e meno condizionata nelle proprie scelte sessuali, come anche in altri comportamenti. D’altronde la nostra è una società che corre e le varie “generazioni”, ognuna ritenuta diversa dall’altra (dalla vecchia sessantottina alle recenti X, Y, Z, ecc.) sono state considerate a loro volta innovative e quindi “scandalose” rispetto al passato.
Non è facile il cambiamento; perché non c’è solo la questione strutturale, cioè sociale o giuridica; c’è anche quella culturale, etica, molto più difficile da estirpare perché lavora fino alla profondità dell’inconscio, tal che non bastano neppure un obbligo, un decreto, una legge.
In realtà, alla fine quel che conta in una società di eguali sono il rispetto reciproco e il senso di responsabilità civica che ci rende idonei alla convivenza, bilanciando i diritti e i doveri secondo criteri di equità e di difesa della dignità dell’individuo.
Quanto all’ambiente provinciale, non si illuda Flamini. Sì, certo, ci può essere una maggiore resistenza al cambiamento culturale dove mancano l’informazione, l’esposizione continuata ad una realtà di più vasto respiro; ma oggi l’informazione corre ovunque e personalmente ho constatato chiusure mentali anche in ambienti metropolitani e culturali avanzati.
Perché è innanzitutto una questione di forma mentis, di capacità di comprendere: e questa – come il coraggio manzoniano – o uno/a ce l’ha, o uno/a non ce l’ha.
Francesco Mattioli
– “Quando una mente da femmina nasce in un corpo da maschio…”
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