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L'opinione del sociologo - Le città aderenti entrano in un sistema di scambi che si ripercuote positivamente su sviluppo socioeconomico, turistico e culturale

Rete delle città creative, un’opportunità di crescita per Viterbo

di Francesco Mattioli
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Francesco Mattioli

Francesco Mattioli

Viterbo – Quando si dice di Viterbo che è una città d’arte e cultura – e lo si dice da ben oltre trent’anni, cioè da quando si scoprì che i “giacimenti culturali” portano sviluppo socioeconomico oltre che culturale – occorrerebbe riempire di contenuti  una così impegnativa  affermazione, senza darla per scontata.

C’è una tendenza innata nell’uomo a vedere le proprie cose migliori di quello che sono (a Napoli si dice che ogni scarrafone è bello  a mamma soja); così occorrerebbe chiedersi se Viterbo può gareggiare, in termini d’arte e cultura, non dico con certe grandi città che hanno fatto la storia e l’identità dell’Italia e d’Europa, come Roma, Milano, Firenze o Napoli, ma con città suppergiù della sua misura come Siena, Mantova, Parma, Verona, Pisa, Lucca, Salerno, Urbino, Benevento, Matera, Caserta, eccetera.

La risposta può essere positiva, considerando almeno cinque punti: la continuità storica e culturale della città dal periodo etrusco a quello rinascimentale; la presenza papale con i suoi conseguenti e famosi episodi; il raro tessuto duecentesco della città storica; la considerevole dimensione folclorica, con la Macchina di Santa Rosa; la dimensione paesaggistico-ambientale in senso lato, quindi con le sorgenti termali, ma anche con Villa Lante e il Parco Naturale dell’Arcionello. 

Chiarito ciò, si può anche dire che Viterbo finora non si è saputa “vendere” in modo adeguato sul mercato della cultura, e del turismo.

Pur vantando una tutela Unesco per la Macchina di Santa Rosa, la Città risulta molto meno conosciuta di tante altre, talvolta anche meno ricche di beni storico-artistico-culturali, ma ben più attive e abili nel proporre le proprie  qualità e le proprie “specialità”. Il fatto è che non solo non si può dormire sugli allori, ma occorre anche creare intorno agli allori una girandola di eventi che abbiano un significato culturale di rilievo, in modo da vivificarli quanto meno a livello nazionale, meglio ancora internazionale. 

Peraltro, una conseguenza virtuosa dell’appartenere all’élite delle città d’arte e cultura è rappresentata anche dal fatto che la mentalità dei cittadini matura e cresce in qualità: maggiore capacità di accoglienza, più civismo, più cura della bellezza, maggiore creatività, insomma meno provincialismo. Certe manifestazioni di inciviltà che ancora si perpetrano a S. Pellegrino e dintorni non si verificano nelle città d’arte italiane più apprezzate… 

La creatività è la chiave di volta della crescita di una città: perché implica la capacità di formulare idee, di risolvere problemi, di comunicare, di migliorarsi sul piano della competitività e soprattutto di operare nel campo dei modelli culturali precorrendo, anzi costruendo, l’innovazione.

E’ proprio sulla creatività che desidero soffermarmi. Perché esiste dal 2004 la Rete delle Città Creative, sotto l’egida dell’Unesco, che promuove una cooperazione tra quelle città del mondo che hanno deciso di mettere in moto la creatività per realizzare uno sviluppo urbano sostenibile e qualitativamente migliore.

Le città che vi aderiscono, 295 nel mondo, solo 13 in Italia, possono operare nel settore della musica, della letteratura, dell’artigianato, del design, delle media arts, della gastronomia e del cinema; e si sta aggiungendo anche il settore ambientale  come fattore di cultura.   Il vantaggio di poter aderire a questa rete sta nel fatto che vi si trovano occasioni di scambio, di promozione culturale, di reciproco sostegno.

Come si legge nel sito italiano della Rete (che in Italia comprende  Alba, Bergamo, Biella, Bologna, Carrara, Fabriano, Milano, Parma, Pesaro, Roma, Torino e le ultime affiliate, Como e Modena), essa funziona come laboratorio di idee e di esperienze innovative intese a capitalizzare il potenziale di cultura e creatività nella realizzazione di uno sviluppo urbano sostenibile. La sostenibilità della crescita peraltro  è una condizione essenziale della progettualità creativa. Ogni quattro anni le Città Creative devono presentare sia un rapporto di monitoraggio che  dimostri l’impegno verso la missione, sia il piano d’azione per i successivi quattro anni, incoraggiando peraltro lo sviluppo di ricerche e sperimentazioni  da condurre assieme ad altre città della Rete. Sostanzialmente, una città creativa è anche una città smart, cioè una città intelligente nell’utilizzare al meglio le tecnologie digitali  e nel perfezionare i servizi al pubblico, dai sistemi informativi alla gestione dei rifiuti, dal risparmio energetico alla valorizzazione delle risorse del territorio, dalla sicurezza in tutte le sue forme all’accoglienza e l’inclusione sociale.  Città smart e città creativa per certi versi allora si sovrappongono.

Per avere un’idea più precisa di cosa bolle in pentola, si può guardare al convegno sulle Città Creative che si svolgerà in autunno a Madrid.  Un convegno internazionale di studiosi della città (urbanisti, storici, sociologi, antropologi, economisti, massmediologi, artisti), i quali si alterneranno nel trattare scientificamente, ma anche propositivamente – anzi, direi creativamente – argomenti di particolare interesse. Numerose le aree tematiche: “formativo” (aree significative dedicate alla formazione);“vissuto” (quartieri, associazionismo, sicurezza, libertà); “uso” (trasporti e mobilità); “mercato” (industria, commercio, artigianato, agroalimentare); “solidarietà” (servizi  sociali); “gioco” (tempo libero e sport); “suono” (musica e città); “costruito” (storia e urbanistica della città); “rappresentato” (musei, teatro); “creativo” (tradizione e innovazione nella città); “comunicato” (mass media e città); “immaginato” (cinema, letteratura); “immaginario” (fumetti, e videogiochi e futurologia); “abitabile” (architettura e urbanistica);  “sostenibile” (salute, alimentazione, ecologia); “visitato” (turismo); “identitario” (immagine e immaginazione della città); “accessibile” (integrazione della disabilità); “egualitario” (differenze di genere e città); “ereditato” (patrimonio storico); “collegato” (social network nella città). Come si vede, tantissimi i temi che possono essere toccati, anche in connessione fra loro,  e tutti possono costituire lo scenario di progettualità creative significative, innovative ed esportabili. 

Le città aderenti non solo si arricchiscono di nuovi indirizzi di crescita e di rafforzamento della propria identità, ma entrano in un sistema virtuoso di scambi, di proposte comuni che si ripercuote positivamente sul loro sviluppo socioeconomico, turistico e culturale.

Viterbo città d’arte e cultura? Beh, forse questa della Rete delle città creative potrebbe essere un’ ulteriore opportunità per crescere;  anche offrendo un contributo originale, se si pensa che il settore ambientale, che pure è fondamentale per uno sviluppo sostenibile, appare tuttora sottodimensionato nella rete.

Al contrario, una delle peculiarità di Viterbo all’interno della rete  potrebbe essere proprio la capacità di riunire in un’unica strategia di crescita e di creatività il patrimonio storico, artistico e culturale e quello paesaggistico e ambientale, che da noi sono fortemente legati fra loro. Villa Lante ne è un esempio storico.

La stretta connessione fra termalismo, territorio e storia ne potrebbe essere un altro, non solo di carattere innovativo, ma anche immediatamente funzionale allo sviluppo socioeconomico, oltre che di  grande interesse sperimentale. Viterbo ha molto bisogno di essere creativa, innovativa, se vuole imporsi negli scenari che le competono.

Palla quindi all’amministrazione comunale. Se vuole partecipare, c’è la possibilità di avviare e comandare il gioco.

Francesco Mattioli


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21 agosto, 2022

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