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L'opinione del sociologo - Come si fa a immedesimarsi in colui che butta un materasso usato per la strada? In colui che esibisce la sua sensibilità ecologica guidando un'auto elettrica e poi si scaglia sugli impianti di produzione di energia rinnovabile come le pale eoliche e il fotovoltaico?

Buona burocrazia per tutti…

di Francesco Mattioli
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Viterbo - Francesco Mattioli

Viterbo – Francesco Mattioli

Viterbo – Triste mestiere, e ventura, quella del sociologo che per spiegare quel che accade nella società deve, come scriveva Max Weber, “comprendere” e “immedesimarsi” nei comportamenti altrui.

Come si fa a immedesimarsi in colui che butta un materasso usato per la strada? In colui che esibisce la sua sensibilità ecologica guidando un’auto elettrica e poi si scaglia sugli impianti di produzione di energia rinnovabile come le pale eoliche e il fotovoltaico? In chi si proclama cristiano della prima ora e mostra ridotta sensibilità per gli ultimi di questo mondo? In chi riduce il suo senso della democrazia a protezione del suo privato o a strumento unidirezionale di manipolazione delle coscienze? Eccetera.

A premessa di quel che sto per dire voglio chiarire alcuni punti a mia preventiva difesa. Sono stato membro di Italia Nostra, partecipando a furibonde battaglie per difendere il patrimonio artistico, storico e paesaggistico della nostra provincia. Pratico la raccolta differenziata impiegando parte della mia vita a distinguere il grano dal loglio, pardon, l’organico (se lo tieni un giorno in  più nella busta apposita si squaglia tutto…), dalla plastica (biodegradabile o no?) e dall’indifferenziato (quanto tale?), a fare 30 chilometri tra andata e ritorno per conferire (si dice così) i Raee nella apposita discarica cittadina (cittadina?). Se devo buttare un pezzo di carta o una lattina sono disposto a percorrere centinaia di metri, anche a piedi, pur di trovare un cestino dei rifiuti (magari traboccante).

Ciò detto, sono sobbalzato sulla sedia leggendo un articolo del Corriere della sera a proposito della nave  di rigassificazione da posizionare a Piombino. Sapete, quella nave attrezzata che dovrebbe assicurarci un bel po’ di gas nel 2023, ovvero che dovrebbe garantire in buona  misura la sopravvivenza dei nostri impianti produttivi, quindi il salario di centinaia di migliaia di lavoratori, il calore invernale nelle nostre case, persino l’illuminazione pubblica che garantisce almeno in parte la sicurezza di chi si avventura in città di notte e, infine, ciliegina sulla torta, il “carburante elettrico” delle auto ibride o, appunto, elettriche, a cui ci siamo giustamente votati per assicurarci un futuro meno inquinato. Una funzione importante, quella di questa nave, no? Certo, assieme ad altre soluzioni, ma cruciale in questi momenti critici. Pensate che l’Olanda, che è molto più piccola e meno popolata di noi, se ne è assicurate due di queste navi e tra il dire  e il fare è passata meno di una settimana.

Leggendo l’articolo, vengo a sapere che a Piombino l’avvio della nave non  è ancora stato fatto perché… Perché occorre avere il parere di ben 44 enti diversi (avete letto bene, non è una  ripetizione di battitura, non è 4, è proprio 44…).

Ognuno con le sue prerogative, con le sue cointeressenze, con le sue brave eccezioni, con il suo spirito “no in my backyard”…con il suo diritto a bloccare tutto se del caso. Fra tutte sembra spiccare la Sovrintendenza, che eccepisce e raccomanda sul colore della nave, che deve intonarsi ai colori prevalenti del paesaggio (quelli primaverili o quelli invernali? No, perché già Carducci descriveva come irti, defoliati e scuri, i colli dell’alta Maremma al tempo dell’inverno entrante…).

Burocrazia demenziale? O “perfetta” applicazione del decentramento democratico? Nel primo caso, tutti i progetti sbandierati o avviati per lo snellimento dei vari passaggi amministrativi sono evidentemente fuffa; nel secondo caso, siamo di fronte ad una interpretazione alla don Ferrante di manzoniana memoria della democrazia, che offre inevitabile sponda al solito decisionista  di turno, che guardi nostalgicamente indietro o tenga il ritratto di Putin nel portafoglio.

Epperò non è solo questo. Molti continuano a scandalizzarsi per le pale eoliche che minano il paesaggio, se si intravedono sullo sfondo di un campanile, di un ameno  colle o persino dell’orizzonte marino. Molti accusano gli impianti fotovoltaici di “consumare suolo”, sottraendolo all’agricoltura e al verde naturalistico.

Certo, la sconsiderata  guerra ucraina ha reso problematico il recente proposito emerso al Cop 26 di Glasgow di ridurre abbondantemente entro il 2030 l’emissione di CO2 dovuta all’uso di fonti energetiche non  rinnovabili. Così saltano fuori il programma della Germania di riaprire le sue miniere di carbone; la proposta degli stati arabi, ma anche degli Stati Uniti, di produrre e vendere ancor più petrolio; e, altrettanto inquietante, il progetto di diffondere sul nostro territorio (famoso nel mondo per rivaleggiare con il Giappone quanto a rischio sismico) minicentrali nucleari di ultima generazione (e pensare che stiamo ancora discutendo  su dove smaltire le nostre vecchie scorie radioattive…).

Ma allora, incentivare la produzione elettrica? Sì, però, ma, forse, attenzione… Fatto sta che sulla stessa riva del fiume c’é chi mette i paletti all’eolico e al fotovoltaico e chi acquista auto elettriche che per camminare vanno spesso allacciate all’impianto di casa a rivaleggiare con la lavatrice o lo scaldabagno…  

E allora, torniamo all’inizio: come interpretare sociologicamente questi fatti? Come “comprenderli”? Come “immedesimarsi”? Per fortuna non c’è solo Weber a dare lezioni; c’è anche Bauman, quello che ha descritto la nostra società come l’era dell’incertezza, delle contraddizioni, della società liquida dove si può argomentare e difendere tutto e il contrario di tutto. In tal caso, il sociologo non deve immedesimarsi, può limitarsi a disegnare una graduatoria dei bisogni, può trovare nessi di causa ed effetto, cogliere le contraddizioni e la loro origine, insomma può scoprire la nudità del re, non con lo sguardo innocente del bambino della favola, ma con il conforto della ricerca scientifica (seria). Oh, sia chiaro: ormai anche la ricerca scientifica non è più considerata oggettiva, ma solo una convenzione molto condivisa. Lo sostengono persino i fisici, abituati un tempo a far parlare la logica indiscutibile dei numeri. Ma, insomma, alla rilevazione delle contraddizioni logiche, tra il dire e il fare, tra predicare e razzolare, la scienza ci arriva ancora.

Comunque, buona burocrazia per tutti.

Francesco Mattioli


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30 settembre, 2022

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