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L'Irriverente - Il problema non è l'apertura dei seggi a tutti, ma le regole del voto

E continuano a chiamarli rappresentanti del popolo…

di Renzo Trappolini
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Renzo Trappolini

Renzo Trappolini

Viterbo – Ci chiamano a votare per queste nuove camere…ristrette e giorni fa, su Tusciaweb, don Gianni Carparelli – un prete che ne sa di cose e persone, di qua e di là dall’Oceano – avvertiva “non basta dire che in una democrazia il voto è del popolo, per cui il parlamento è espressione della volontà popolare”. Giusto.

Infatti, il problema non è l’apertura dei seggi a tutti, ma le regole del voto. Insomma, se ti chiamano a scegliere solo tra accorpamenti messi su di corsa a geometrie anche variabili, se non puoi esser tu a decidere chi ti deve poi rappresentare perché ti impongono nomi spesso mai visti e che mai hanno conosciuto i problemi e le cose del territorio in cui vivi, il futuro parlamento sarà davvero “espressione della volontà popolare”?

Per Thomas Paine, un rivoluzionario che se ne andò dall’Inghilterra per fondare gli Stati Uniti d’America, “i governi nascono o dal popolo oppure sopra il popolo”. Diciamocelo, non pare più realistica la seconda ipotesi? Comunque, siccome dicono che la democrazia dà il diritto ad ognuno di essere oppressore di sé stesso – e forse per questo Winston Churchill la considerava la peggiore forma di governo, escluse le altre – ciascuno faccia come crede: voti così o il contrario, o mezzo e mezzo. Oppure non voti, tanto già nel 1964 Robert Kennedy calcolava che c’è sempre un 20% di “contrari a prescindere”.

In quell’anno, da noi c’era ancora la prima repubblica e l’elettore poteva scegliere il “suo” parlamentare in un lungo elenco di candidati. Veniva eletto non chi era stato messo ai primi posti della lista, ma, semplicemente e “democraticamente”, chi il popolo preferiva. Insomma, chi prendeva più voti di preferenza.

Certo, stare in testa agevolava, perché un conto era chiedere di scrivere sulla scheda il numero 1 o 2, un conto il 47 o il 52. Nella Democrazia Cristiana ai primi posti c’erano sempre Andreotti, il ministro/presidente e Bonomi, il capo della Coltivatori Diretti. Al segretario della Cisl, che si chiamava Storti, toccava star sotto e una voltai mi spiegò” Andreotti dice che è questione di ordine alfabetico. Vorrei vedere, però, se mi fossi chiamato Ababa…”

Si davano più preferenze, i candidati “battevano” il collegio comune per comune, elettore per elettore. La lotta era all’ultimo voto, sabotaggi di manifesti compresi, come quelli di Nando Micara nel ’53 finiti, chissà come, nell’Urcionio. I consensi – personali e sudati – si misuravano poi in decine di migliaia, numeri da far tremar le vene e i polsi. Il giorno dopo le ultime elezioni cui partecipò, nel 1972, Attilio Jozzelli, mi disse “Pensa, più di ottantatremila persone hanno scelto me! Se si mettessero in fila, arriverebbero da qui a Roma”.

Al senato, dove l’elezione dipendeva anche dalle percentuali dei candidati dello stesso partito nei vari collegi in cui il Lazio era diviso, Viterbo da anni non eleggeva un dc perché il candidato di Rieti, il sen. Bernardinetti, otteneva un risultato migliore. Nel 1972, finalmente, la spuntò il nostro Onio Della Porta, pur se scelto, diciamo così, con una certa nonchalance dagli amici di partito che consideravano il collegio del tutto sfavorito. Onio, invece, non tralasciò niente e, con gli instancabili Francesco Sterpa e Raniero Niccoli, cercò gli elettori dappertutto, cominciando al mattino presto dove arrivavano i pullmann dalla provincia e lì poteva parlare con la gente dei paesi. Vinse e grande fu la gioia di tutti, nostra e della sua famiglia. In particolare, quella del padre che Franco Evangelisti descrisse ad Andreotti, il quale, con la consueta ironia, commentò “Certo, non voglio immaginare, però, il padre di Bernardinetti”, il senatore che aveva perso il posto per il nostro Onio.

Vecchie storie, antichi ricordi di una politica tanto sanguigna quanto leale. Certamente più partecipata e divertente (per quanto possibile).

Renzo Trappolini


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19 settembre, 2022

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