Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Egregio dottor Galeotti, leggo che stasera a Viterbo verrà presentato il libro del dottor Arlacchi sul dottor Falcone nel quale verrebbe riportato anche un giudizio su mio padre Giulio Andreotti detentore di un potere illecito formidabile, più esteso di quello mafioso.
Lungo il corso della lunga attività politica nostro padre a regolari cadenze è stato bersaglio di attacchi diffamatori e lo si è cercato di coinvolgere in scandali e vicende giudiziarie, tanto che una delle battute che ripeteva sovente era “guerre puniche a parte, nella mia vita mi hanno addebitato tutto quello che è successo in Italia”.
A fronte delle accuse, nostro padre scelse sempre la strada di replicare sì nel merito adducendo i motivi a propria difesa, ma non ha mai reagito platealmente passando al contrattacco, ricorrendo a querele o a vie giudiziarie.
Era convinto che tali accadimenti fossero conseguenza ineluttabile dell’insofferenza di alcuni alla sua lunghissima attività politica e non dava loro mai troppa importanza, ritenendo prioritario il riconoscimento che riceveva immancabilmente da centinaia di migliaia di voti in occasione delle consultazioni elettorali. Riteneva inoltre che dare troppo risalto agli appunti e alle accuse che gli venivano mosse provocava comunque un risultato certo, quello di darne inutile maggiore pubblicità.
Purtroppo, a distanza di tanti anni, periodicamente vengono alla ribalta simili prese di posizione nell’impossibilità ormai per lui di dire la sua. Cerchiamo ora di farlo in sua vece mia sorella Serena e io, come lo scorso anno, quando, vostri ospiti per la presentazione del libro I diari degli anni di piombo, parlammo a lungo della figura di nostro padre partendo sempre da documenti che stiamo portando alla stampa e non da opinioni o letture postume.
Spesso tali letture sono figlie di quella parziale e difforme dalle risultanze processuali che per dodici anni hanno allietato la sua vita terrena proposte da chi non ha mai digerito il reale esito. Una lettura completa delle carte, infatti, documenta in modo inconfutabile se e cosa l’accusa aveva ipotizzato e qual è stato l’effettivo esito dei processi.
Viterbo – 1991 – Giulio Andreotti e François Mitterrand
In primo luogo si dimentica spesso che mio padre è stato assolto nel processo di Perugia per l’omicidio di Carmine Pecorelli e che la medesima accusa di essere mandante di quell’omicidio era sostenuta anche dai rappresentanti dell’accusa del processo di Palermo. Quando poi si parla del processo di Palermo spesso si elencano affermazioni contenute soltanto nella sentenza di appello, omettendo di ricordare non solo la diversa sentenza del tribunale di Palermo, ma anche che il processo non si è è affatto fermato al grado di giudizio da lui citato. La sentenza di Cassazione, che è quella definitiva, proprio in relazione alle due sentenze precedenti, quella del tribunale e quella della corte d’appello, esplicitamente afferma che “i giudici dei due gradi di merito sono pervenuti a soluzioni diverse”, ma non rientra tra i compiti della Cassazione “operare una scelta tra le stesse”.
Giulio Andreotti con Aldo Moro
La sentenza della Cassazione ha confermato la sentenza della corte d’appello di Palermo per i fatti successivi al 1980, riconoscendo assoluta estraneità a Cosa nostra. Quanto invece al periodo di tempo antecedente al 1980, coperto dalla prescrizione e rispetto al quale la Cassazione aveva limitati poteri di controllo, i giudici di legittimità, valutando le motivazioni della corte d’appello, non solo hanno sentito il dovere di precisare che la ricostruzione e la valutazione dei singoli episodi “è stata effettuata in base ad apprezzamenti e interpretazioni che possono anche non essere condivise”, ma hanno addirittura aggiunto che agli apprezzamenti e alle interpretazioni della corte d’appello “sono contrapponibili altre dotate di uguale forza logica”.
Giulio Andreotti con il rettore Scarascia Mugnozza
Sarebbe l’ora di riguardare a cosa avvenuto nell’Italia della cosiddetta Prima repubblica sotto la lente della storia, liberandoci finalmente da tanti pregiudizi e luoghi comuni e di conseguenza dare l’immagine di nostro padre aderente chi realmente è stato. Potrei citare e mostrare mille documenti al riguardo, mi limito a riportare di seguito cosa disse mio padre sul dottor Falcone al processo di Palermo, sperando di dare un contributo certo non in linea con cosa sentirete stasera.
Un cordiale saluto.
Stefano Andreotti
Le dichiarazioni di Giulio Andreotti al processo di Palermo su Giovanni Falcone
Ho sempre avuto per il dottor Falcone, durante la sua vita e nel corso della sua attività, grande stima e considerazione, dal momento in cui ho potuto conoscere ed apprezzare la sua opera di giudice e i risultati da lui raggiunti nella lotta contro la mafia. A questi sentimenti si è aggiunto un sentimento di profondo cordoglio e di ulteriore rispetto per la fine barbara a cui lui, sua moglie e gli uomini della sua scorta sono stati condannati da quella mafia che lui stesso, insieme ad altri magistrati come il dott. Borsellino e altri ancora, avevano combattuto.
Non ho mai nascosto questi sentimenti e, come dirò di qui a poco, quando se ne è manifestata l’occasione non ho mancato di renderli pubblici.
Viterbo – Come eravamo 1991 – Giuseppe Fioroni, Giulio Andreotti e François Mitterrand
Ho anche avuto occasione di incontrare il dottor Falcone. Ricordo in particolare che, in epoca successiva alla assunzione da parte mia della presidenza del Consiglio dei ministri nel 1989 e dopo il fallito attentato dell’Addaura, ricevetti, dietro richiesta di appuntamento, a Roma, nel mio studio, il dottor Falcone, che venne in compagnia dell’onorevole Lima.
Ebbi con lui in quell’occasione un colloquio, al quale rimase presente lo stesso onorevole Lima. Si tratta dell’incontro di cui ha già parlato in questo dibattimento l’onorevole Pomicino, che avendo in quello stesso giorno un appuntamento con me successivo a quello del dottor Falcone e dell’onorevole Lima, attendeva in anticamera e ha potuto vedere il dottor Falcone e l’onorevole Lima uscire dal mio studio. Mi sembra che l’onorevole Pomicino abbia fatto cenno di questo incontro all’onorevole Martelli, che ne ha riferito a sua volta in questo dibattimento.
Per quanto riguarda i temi del colloquio, ricordo innanzitutto che il dottor Falcone mi raccontò delle accuse che erano state mosse da un tal Pellegriti nei confronti dell’onorevole Lima e di come egli avesse rapidamente scoperto il contenuto calunnioso delle affermazioni di quel personaggio, che era stato quindi sottoposto a procedimento penale per calunnia in danno dell’onorevole Lima.
Giulio Andreotti, Attilio Jozzelli e Renzo Trappolini
Apro una parentesi sull’argomento per rammentare che il pubblico ministero in quella vicenda era l’attuale sottosegretario alla Giustizia, onorevole Ajala, il quale ha reso una testimonianza in un procedimento avanti la corte d’assise di Caltanissetta a carico di Aglieri ed altri. L’onorevole Ajala ricorda che fu molto semplice per il dottor Falcone e per lui appurare la calunniosità delle affermazioni del Pellegritti e ha aggiunto, per altro, che il dottor Falcone, di fronte alla manifesta calunniosità delle dichiarazioni del Pellegritti, si era piuttosto posto il problema se costui avesse agito di propria iniziativa o se invece egli non fosse uno strumento nelle mani di soggetti interessati a svolgere opera di depistaggio e se ciò non dovesse costituire oggetto di indagine.
Nel corso del colloquio il dottor Falcone mi manifestò anche un certo qual senso di disagio che egli provava ormai a Palermo, dove, come è noto, egli aveva incontrato contrasti e dove non era riuscito ad ottenere un posto per il quale sembrava essere il naturale candidato, cioè quello di capo dell’ufficio istruzione. In quel contesto il dottor Falcone mi disse di aver pensato alla possibilità di un eventuale suo trasferimento ad altri uffici o ad altri incarichi fuori di Palermo. Ma in quell’occasione il discorso si fermò a quel punto, anche se io sarei stato certamente disposto ad aiutarlo, perché il dottor Falcone mi fece tuttavia presente che egli non voleva abbandonare la trincea e soprattutto non voleva che un suo eventuale trasferimento potesse essere interpretato come un segno di sconfitta o una manifestazione di scoramento nella lotta contro la criminalità organizzata.
Viterbo – Come eravamo – Giulio Andreotti davanti al modellino dell’ospedale Belcolle
Successivamente, com’è noto e come dirò fra poco, il problema del trasferimento del dottor Falcone si sarebbe riproposto e io mi adoperai per attuarlo.
Come ho già accennato, non ho mancato di rendere pubblico il mio atteggiamento nei confronti del dottor Falcone e questo avvenne proprio in occasione della sua mancata nomina a capo dell’ufficio istruzione di Palermo. Come è noto, al dottor Falcone venne preferito il dottor Meli e la scelta fu motivata con la maggiore anzianità di questo secondo magistrato. Io espressi al Consiglio dei ministri (all’epoca ero ministro degli Esteri) la mia contrarietà al criterio dell’anzianità, facendo presente, appunto, che il dottor Falcone sembrava essere la persona più indicata per raccogliere l’eredità del dottor Caponnetto con il quale egli aveva proficuamente collaborato. Il mio intervento risulta registrato agli atti del Consiglio dei ministri.
Del mio atteggiamento si ebbe notizia all’esterno, tanto è vero che il quotidiano del Partito comunista, L’Unità, nel foglio del 6 luglio 1988, dedicò (cosa che non avveniva certo abitualmente) un pezzo al mio intervento, riproducendo anche una mia fotografia, ed intitolando l’articolo “Andreotti su Falcone: sarebbe stato meglio dare a lui la guida dell’ufficio istruzione di Palermo”.
Pensare quindi a un’avversione nei confronti del dottor Falcone e a mie manovre ostruzionistiche nei suoi confronti è una calunnia contraddetta dai fatti e se qualcuno ha detto o ha fatto credere che la mancata nomina del dottor Falcone possa essere dipesa anche da miei interventi negativi nei suoi confronti, costui ha detto cose che non esito a definire assolutamente false.
Ho poi assecondato il trasferimento del dottor Falcone alla direzione generale presso il ministero di Grazia e giustizia. I vari passaggi di quel trasferimento, al quale si interessò anche il presidente della Repubblica dell’epoca, Francesco Cossiga, sono ormai noti a questo tribunale, che sul punto ha raccolto le testimonianze dello stesso senatore Cossiga, del professor Vassalli, all’epoca ministro di Grazia e giustizia, e per la parte finale dell’onorevole Martelli. Non intendo quindi far perdere tempo al tribunale, raccontando quanto è già stato detto da quegli autorevoli testimoni e segnatamente dal senatore Cossiga e dal professor Vassalli. Mi limito a ribadire che fu fatto tutto il possibile anche da parte mia per favorire il trasferimento del dottor Falcone da Palermo a Roma nella convinzione di realizzare molteplici obiettivi, soprattutto di interesse generale.
Non solo infatti con il trasferimento si alleviava il disagio che il dottor Falcone sentiva sempre più pressante nel rimanere in Palermo e del quale egli dette testimonianza in un suo intervento al Consiglio superiore della magistratura, ma si trattava anche e soprattutto di sottrarre il dottor Falcone a una situazione di pericolo nella quale egli indubbiamente versava, dato il lungo periodo di accanita lotta contro la criminalità organizzata che lo aveva visto protagonista, e tuttavia di consentirgli (come egli desiderava) di continuare il suo impegno contro la criminalità organizzata in un posto di grande prestigio, di grande capacità di incidenza sul piano delle iniziative legislative e nel quale egli poteva profondere tutta la sua esperienza.
Il dottor Falcone, nel periodo in cui io fui presidente del Consiglio, operò con grande impegno portando proprio quei contributi che tutti eravamo sicuri egli avrebbe potuto trasfondere nel suo nuovo incarico e la sua opera da me fu sempre vista con interesse e con spirito adesivo. Sotto questo punto di vista il trasferimento del dottor Falcone da Palermo a Roma fu un quindi una iniziativa felice e non certo una spregiudicata operazione tesa a sottrarre a Cosa nostra un avversario storico.
È fallita purtroppo, invece, la speranza di poter cautelare meglio, attraverso il trasferimento, il dottor Falcone contro la mafia e quell’orrendo delitto ancora una volta e anche in quest’aula voglio condannare come esecrando.
Giulio Andreotti
Egregio Stefano Andreotti,
questa sera ascolteremo Pino Arlacchi che parlerà di Falcone, mafia e di suo padre Giulio, indiscutibilmente tra i protagonisti della prima repubblica. Prima dell’incontro, o durante, leggeremo pubblicamente la sua lettera. Tutto nella più completa serenità e senza pregiudizi ideologici, proprio come abbiamo fatto con lei e sua sorella un anno fa. Il nostro fine è quello di capire cosa è accaduto in questa nazione tra stato e poteri criminali organizzati. Non di tranciare sentenze. Per quelle ci sono i tribunali. Il nostro fine è di capire quelli che ormai stanno diventando fatti storici, ma con ampie conseguenze su quanto accade e accadrà.
La ringrazio della sua interessante lettera che può aiutare a capire.
Un cordiale saluto.
Carlo Galeotti
Pino Arlacchi, sociologo e uomo politico, è considerato una delle massime autorità mondiali sulla sicurezza umana e ha ricoperto l’incarico di vicesegretario generale delle Nazioni Unite,
presenta
oggi, martedì 25 ottobre alle 18, il libro
Giovanni e io – In prima linea con falcone contro Andreotti – Cosa nostra e la mafia di stato
nell’auditorium di Unindustria in Via Faul, 17 a Viterbo.
Verrà intervistato da Daniele Camilli e da Carlo Galeotti.
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