Viterbo – Nei giorni scorsi, in coincidenza con la cosiddetta Marcia su Roma che fece da cornice e giustificazione alla scelta del re di nominare Mussolini capo del governo, si è riparlato di Predappio e dei pellegrinaggi dei pochi reduci ancora in vita e dei nostalgici del regime, il quale, come ogni altro della storia, c’è stato ed è finito.
Lì, il corpo martoriato del Duce ha potuto trovar pace grazie ad Adone Zoli, sesto presidente del consiglio della Repubblica, già partigiano, arrestato dai nazisti, condannato a morte, membro del Comitato di liberazione nazionale e tra gli uomini più rappresentativi della Democrazia cristiana.
Il Movimento sociale italiano (che traghettò nel parlamento repubblicano i pochi che rifiutavano di passare armi e bagagli con i partiti dell’arco costituzionale, come erano chiamate allora le formazioni antifasciste) provò a votare la fiducia al suo governo, ma per tutta risposta il presidente Zoli rifiutò l’appoggio e si dimise.
Il sacello del fondatore del fascismo è da allora meta di pellegrinaggi, in verità sempre meno partecipati ma non per questo privi di folclore e gestualità esaltatrici che la sicurezza della democrazia è stata ed è in condizione di tollerare, nonostante le condanne politiche e le pene previste dalle leggi.
La tomba di Adone Zoli, invece, non è meta di viaggi organizzati né di memoria della sua storia, delle benemerenze democratiche, del rigore etico e politico, della capacità di governo. Eppure sta lì a due passi, nello stesso cimitero di Predappio, il paese cui il regime cambiò il nome perché, quando il Duce vi nacque e finché fu socialista, si chiamava solo Dovia: “due vie, poche case sparse di contadini, mezzadri, qualche artigiano”.
Alcuni di essi con nomi curiosi, non solo fascistizzanti come Benito o Labaro, ma anche di orgogliosa origine anarcoide come Dervis, Ordigno o Ideale. Lo ricorda Enzo Biagi, riferendo anche del “vecchio che conserva per più di quarant’anni la bandiera rossa con il motto ‘Fate largo che passa il lavoro” e di chi rimproverava a Mussolini la gabbana rossa rivoltata per la camicia nera, mentre, racconta ancora Biagi, della “Chelina”, donna Rachele, la moglie, si diceva che “socialista era e socialista sarebbe rimasta”.
E dicevano pure che, quando lei veniva a far visita al marito morto, metteva un fiore pure sulla tomba dell’avvocato Zoli mormorando “Poverino, anche tu” di fronte alla lapide commemorativa sì, ma senza gli arredi, le foto, le divise del ventennio. Quando, come scrisse Corrado Alvaro, che è sepolto qui da noi nel cimitero di Vallerano, “anche i letterati aspirarono a portare un’uniforme”.
Tra gli ex voto, un gagliardetto nero “omaggio dei missini romani, quartiere Parioli” all’inizio della seconda metà del secolo scorso, tempi in cui i cittadini di quelle strade e piazze della capitale non villeggiavano a Capalbio, né era immaginabile potessero un giorno votare in maggioranza per la sinistra.
Tutto evidentemente passa. Come il Duce che, peraltro, le sue estati non le passava al paese natio, a Predappio, ma quattro chilometri più in su, nella rocca delle Caminate, la quale era però in comune di Meldola e lì, all’ultimo suo atto, riunì il primo consiglio dei ministri della Repubblica sociale italiana. La guerra di liberazione non la risparmiò e fu quasi distrutta, compresa “la tazza del gabinetto marca Turbine”.
Enzo Biagi, grande giornalista, scrittore e sincero democratico, conclude così il suo reportage da quel posto: “A Predappio non si avvertono più né rancori né rimpianti; un piccolo mondo che muore di noia” dove anche durante il regime non erano mancati gli eretici, come qualcuno che, col pensiero al gerarca Starace, chiamava l’asino Achille, il nome cioè del potente segretario del Fascio.
La democrazia sa essere più forte, sempre che non ci si rassegni a quello e a quelli che se ne proclamano depositari esclusivi. Perciò, intanto e una volta per sempre: “parce sepulto”, come l’antifascista Adone Zoli col fondatore del fascismo in un giorno di fine agosto 1957, quando fece tornare a casa la salma del duce e la Repubblica aveva solo undici anni.
Renzo Trappolini
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