Viterbo – Sarà perché, come alcuni sostengono, invecchiando si può diventare più liberali nel giudicare fatti e persone e, tutto sommato, tolleranti e fiduciosi, certo è che, a molti di quelli che ad esempio han superato i tre quarti di secolo (quasi quarantamila in provincia di Viterbo), vien facile vedere le cose di oggi proiettate nel già visto.
La guerra in Ucraina sconvolge, ma, al tempo dei nostri vent’anni, in Vietnam i morti si contavano a milioni, paladini dei diritti umani come Martin Luther King e un democratico della potenza di Robert Kennedy venivano assassinati, studenti e operai travolgevano i vecchi recinti e aprivano, con le chiavi del ’68, le porte a nuovi ordini sociali annunciati da avanguardie rivoluzionarie. Dalle locali Brigate Rosse al Libretto di Mao, che fu il menu di quella rivoluzione “non pranzo di gala ma atto di violenza con il quale una classe ne rovescia un’altra” (culla poi di quella grande potenza mondiale capitalista e comunista insieme che è la Cina).
Erano anni in cui, facendo anche scandalo tra i suoi, Paolo VI gridava all’Onu: “Mai più la guerra” mentre un suo cardinale, il potentissimo Spellman di New York, andava a incoraggiare le truppe d’occupazione americane in Vietnam, nuovi “santi crociati” come quelli che i predecessori dei papi del nostro tempo inviavano a conquistare le terre altrui al di là del Mediterraneo.
Perché e perché proprio nella settimana di Natale questo amarcord? Tutto cambia e niente è definitivo insegnava Marx e per il poeta Eugenio Montale “la storia non è maestra di niente”. Può darsi che al di là di lezioni elementari, frutto di costatazioni inoppugnabili come quella che qualsiasi cosa ci capiti prima o poi dovrà finire, essa possa davvero non insegnare, sempreché il problema non sia nella difficoltà di capirla e interpretarla.
Però, notare ad esempio che ai tempi di grandi scienziati ed artisti come Galileo o Michelangelo come pure, dopo, degli splendori di Versailles la durata media della vita era di tanto inferiore all’ attuale; le guerre di re, imperatori e papi portavano bancarotta degli stati e miseria ai popoli; la ragione e la libertà, a partire dalla ricerca intellettuale, dovevano scontrarsi con la barriera di chi pensava che “come la verità è una, anche la vera religione è una e solo ad essa spetta il diritto alla libertà” – questo lo diceva il cardinale Ruffini di Palermo più o meno al tempo della rivolta sessantottina di qualche decina d’anni fa -, tutto questo, insomma, e tanto altro che i libri di storia raccontano, se non un insegnamento, non è motivo per guardare con un po’ di serenità e fiducia le pur tristi vicende che ci troviamo a vivere? Cominciando, magari, dal capire che noi gente di oggi non siamo l’alfa e l’omega, l’inizio e la fine dell’umanità. Questa sì lezione della storia di cui tener conto per formulare con razionale modestia i nostri giudizi. Perché quanto avvenuto prima di noi dimostra che niente è eterno, immutabile e le civiltà, come le persone, gli stati, possono salire e scendere nel tempo.
Un vissuto, quello di ieri e di oggi, che, diceva Federico Fellini, “non importa se ricordato, inventato, immaginato” diventa “realtà delle emozioni e del sentimento che sono in grado di rendere reale ciò che li ha suscitati… la fantasia, grande schermo sul quale vivono, si compongono, storie, personaggi, sogni”. Per credere di poter ancora credere alla magia del Natale. Come fossimo al cinema a vedere Amarcord.
Renzo Trappolini
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