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Lettere al direttore - Le riflessioni di Francesco Corsi dopo la morte di Omar Neffati: "Una riforma la dobbiamo ai tanti che come lui amano il nostro paese, contribuiscono con il loro lavoro alla nostra crescita e sono patrioti spesso più di tanti connazionali"

“La cittadinanza italiana va legata al pagamento delle tasse”

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Francesco Corsi

Francesco Corsi

Viterbo - Omar Neffati

Viterbo – Omar Neffati

Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Caro direttore, la cittadinanza italiana, come noto, si acquisisce in maniera automatica soltanto (o quasi) per discendenza diretta da almeno un genitore cittadino italiano (ius sanguinis). Si può richiedere, invece, per altre fattispecie previste dalla legge, per esempio dopo un matrimonio con un cittadino italiano o per nascita sul territorio italiano da genitori stranieri (ma solo una volta compiuti 18 anni e se fino a quel momento il richiedente abbia risieduto in Italia ininterrottamente e legalmente; la richiesta deve essere fatta entro un anno). Esiste quindi anche nel nostro paese una forma molto attenuata di acquisto (non automatico però) della cittadinanza se si è nati in territorio italiano (ius soli), che invece è pratica comune in tutto il continente americano (Stati Uniti compresi) e, con qualche limitazione, anche in alcune grandi democrazie europee (Germania, Francia, Regno Unito, Irlanda).

Il caso di Omar Neffati era diverso. In Italia da quando aveva sei mesi, Omar era però nato all’estero e non rientrava in nessuna delle ipotesi previste dalla legge. Impossibile dirlo con certezza, ma è difficile non collegare il suo gesto tragico alle battaglie che portava avanti – con passione, dolcezza e competenza non comuni – per una riforma più inclusiva del diritto di cittadinanza. Ciò che conta, però, non è la sua morte, quanto quello che ha fatto in vita e che ha trasmesso, non solo ai tanti che lo hanno conosciuto. Ferme le prerogative derivanti dallo ius sanguinis, c’è da chiedersi se, anche grazie all’insegnamento di Omar, non sia il caso di ripensare il nostro sistema, andando pure oltre lo ius soli, e farlo semplicemente perché ci conviene dal punto di vista economico.

Nella seconda metà del Settecento le colonie che poi sarebbero diventate il nucleo originario degli Stati Uniti d’America si ribellarono alla madrepatria con uno slogan diventato famoso: “No taxation without representation”. Un principio davvero liberale, anzi di giustizia: se pago le tasse in uno stato in qualche maniera devo essere rappresentato, non posso essere discriminato, non posso non avere la cittadinanza, non posso non votare. Bene, è quello che succede a tanti immigrati, che producono il 9% del Pil (dati Istat 2021), guidano il 10,5% delle imprese (negozi al dettaglio soprattutto), pagano le tasse ma non sono rappresentati.

C’è da chiedersi, insomma, se una ragionevole riforma della cittadinanza non passi anche per questa via, pensando anche al nostro inverno demografico. Non chiamiamolo cittadinanza universale, non scomodiamo Socrate che si definiva cittadino del mondo, ma potrebbe essere una strada da percorrere. Ovviamente legandola al rispetto di alcuni parametri (per esempio aver vissuto in Italia un determinato periodo di tempo), al rispetto di alcuni requisiti relativi all’età, al tempo complessivo che si potrebbe rimanere in Italia (che so, tot mesi per ogni anno), ad un comportamento ineccepibile dal punto di vista penale: le formule possono essere molte, basta avere la volontà. Dovrebbe essere il mercato, insomma, a regolare i flussi, con possibilità di ingresso e uscita sicure e dovrebbe essere data alle imprese maggiore flessibilità, sia in entrata che in uscita (sono le imprese che creano lavoro).

Se un immigrato avesse la possibilità di andare e tornare dal nostro paese seguendo la legge della domanda e dell’offerta di lavoro, magari con voli low cost, rinuncerebbe di sicuro a vivere nella clandestinità e non sarebbe facile preda della microcriminalità. Basta solo guardare a ciò che è successo in anni recenti. Qualche anno fa il problema principale della sicurezza pubblica sembravano essere i rumeni: poi, grazie ad una maggiore integrazione ma soprattutto grazie all’ingresso nell’Unione europea che ha consentito loro di spostarsi liberamente, il problema, reale o solo percepito che fosse, è semplicemente sparito.

Non è facile, non si fa dall’oggi al domani, ci sono forti resistenze culturali ma lo dobbiamo ai tanti Omar che vivono in Italia. Spesso sono persone che amano il nostro paese, contribuiscono con il loro lavoro alla nostra crescita, pagano le tasse, sono patrioti spesso più di tanti connazionali che invece le tasse non le pagano. Inoltre: ma siamo sicuri che un fenomeno epocale come l’immigrazione di massa, con la quale avremo molto a che fare nei prossimi anni, si governi solo con pattugliamenti, porti sicuri, leggi tutto ordine e disciplina? L’uomo è sempre stato migrante, è andato sempre alla ricerca di condizioni di vita migliori. E i ragazzi dell’Africa subsahariana adolescente e vigorosa, che corrono i diecimila metri nel tempo in cui noi ci allacciamo le scarpe, hanno una molla che noi per fortuna non abbiamo più: la fame. E contro la fame puoi mettere tutti i muri, le mitraglie o le navi che vuoi, sarà sempre tutto troppo poco e nel giro di una o due generazioni – siamo un paese che non fa più figli: chi pagherà le pensioni tra 20 anni? – saranno inevitabili, per ragioni di convenienza economica, politiche più accoglienti.

Mi chiedo quindi perché non iniziare già ora, dovrebbe essere una consapevolezza comune, non di questa o quella parte politica, e a volte lo è. Omar viveva a Sutri, il cui sindaco (e sottosegretario in un governo di centrodestra) Vittorio Sgarbi più di una volta ha mostrato forte sensibilità al tema immigrazione, assumendo spesso posizioni discordanti dal resto dei suoi alleati (“condannare Mimmo Lucano è come condannare Robin Hood” e all’ex sindaco di Riace ha conferito anche la cittadinanza onoraria).

Francesco Corsi


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16 gennaio, 2023

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