Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Passeggiando per Viterbo in via della Verità, nei pressi della porta omonima, ci imbattiamo, quasi per caso, guardando tra i sanpietrini, in tre pietre di color ottone quasi dimenticate.
Sono le “pietre d’inciampo” che riportano tre nomi di viterbesi deportati, vittime della Shoah, ovvero, Emanuele Vittorio Anticoli, Letizia Anticoli e Angelo Di Porto.
La famiglia Anticoli che viveva davanti a porta della Verità aveva una merceria nei pressi di via Saffi, fino al ritiro della licenza commerciale avvenuta in seguito alle leggi razziali del ’38 che andavano a colpire i cittadini di origine ebraica. La famiglia fu arrestata nel dicembre del ’43.
Sfuggirono miracolosamente alla cattura il piccolo Silvano Di Porto, fatto nascondere nelle campagne, e sua nonna Reale di Veroli che essendosi rotta la gamba durante il trasferimento al lager fu nascosta da un infermiere dell’Ospedale degli Infermi.
Le famiglie Anticoli, Di Veroli e Di Porto insieme ad altre persone rastrellate nella nostra provincia furono prima detenute a Santa Maria in Gradi poi spedite al campo di prigionia di Fossoli per poi essere inviate al campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau. Di dodici persone deportate da Viterbo ritornerà viva solo Letizia Di Veroli.
Queste persone, come tante vittime dello sterminio, scomparvero per lungo tempo dalla memoria collettiva perdendosi nella nebbia della storia, ma la sofferenza e l’agonia vissuta sulla loro pelle è una dolore estremamente fisico.
Questo dolore si concretizzava già quando i deportati giungevano a bordo dei treni blindati sulla Judenrampe di Auschwitz-Birkenau per giungere all’annientamento nelle camere a gas dei crematori.
La morte tramite il gas “Zyklon b” era tutt’altro che serena e Shlomo Venezia sopravvissuto del Sonderkommando ci testimonia che i corpi dopo la gassazione venivano trovati aggrappati gli uni sugli altri alla ricerca disperata dell’aria.
Dunque, come ci ammonisce Primo Levi, conserviamo in noi un ricordo vivo di ciò che è stato affinché tragedie della storia come questa non ritornino mai più.
Emanuel Alison Flamini
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