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L’Irriverente - La settimana scorsa, al ritorno dal consiglio europeo, i giornali scrivevano: Niente cena, niente incontro, Meloni tagliata fuori

Au retour de Bruxelles…

di Renzo Trappolini
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Renzo Trappolini

Renzo Trappolini

Viterbo – La settimana scorsa, al ritorno dal consiglio europeo di Bruxelles, i giornali scrivevano: Niente cena, niente incontro, Meloni tagliata fuori –”fuori dal cerchio della fiducia”, avrebbe detto il De Niro di ‘Ti presento i miei’ – e reazione italiana uguale e contraria.

Giorgia dura, come duro fu l’altro Giorgio, Almirante, quando lo esclusero dall’”arco” costituzionale. “Core ingrato”, commentò però Indro Montanelli. Infatti, “è l’espulsione dall’arco, non l’eredità littoria, che gli ha consentito di diventare il maggior beneficiario della crisi di rigetto del sistema” e, obiettivamente, il pasto europeo non pare oggi esente da rigurgiti.

Quanto poi a Macron che invita a cena commensali indicati dagli ospiti, è cosa vecchia – come i rapporti tra parenti – quella dell’altalena dei cugini di qua e di là dell’Alpe. Sarà forse vendetta postuma contro Giulio Cesare che portò a Roma, in catene, Vercingetorige capo delle tribù dei Galli, ma la storia delle invasioni francesi in Italia, da Carlo Magno re dei Franchi ai vari Napoleone, è antica e continua tuttora. Oggi sono settantacinque i miliardi di investimenti francesi in Italia, contro i nostri 54 ed è a tutto favore di Parigi il rapporto tra le aziende italiane passate in mano francesi, rispetto al contrario.

Sul piano politico, poi, mai dimenticare che la Francia, seppure con la Repubblica di Vichy avesse collaborato per quattro anni con i Nazisti, a fine guerra si trovò al tavolo dei vincitori e i suoi rappresentanti alla Conferenza di pace del 1946, ricorda Bruno Vespa, “furono i più duri con gli italiani”. Anche quando si trattò di stabilire quanta parte della penisola dovesse passare sotto il regime comunista di Tito, quello della pulizia etnica che infilò migliaia di italiani, molti ancora vivi, nelle “foibe”. Parola che per decenni significò, però, nell’Italia democratica e repubblicana, semplicemente aperture profonde nel sottosuolo. Solo nel 2004, infatti, si riconobbe la tragedia, istituendo la giornata del ricordo celebrata anche il 10 febbraio scorso.

Se, dunque, è complessa la politica interna, quella estera lo è molto di più e non si può escludere che, nell’atteggiamento repulsivo di Macron, pesi non tanto la corsa a posti di prima fila nella futura ricostruzione dell’Ucraina, quanto la minore presa dell’Eliseo sul fronte nordafricano, suo tradizionale quasi impero, e l’iniziativa “alla Mattei” della presidente Meloni. Enrico Mattei, il fondatore dell’Eni, a metà del secolo scorso spezzò l’isolamento dell’Italia imposto da francesi, americani, olandesi ed inglesi monopolisti nell’accaparramento delle fonti di energia attraverso lo sfruttamento dei popoli che le possedevano. Lo fece trattando con essi e riconoscendo loro royalties più giuste. La politica meloniana verso l’Africa pare voler ripercorrere quella via che, però, anche a Mattei procurò molti nemici, prima che con il suo aereo precipitasse nei cieli di Lombardia. E non si sa ancora se fu disgrazia o attentato.

Non sarà, comunque, il mancato invito a cena ad impensierire chi crede in un’ Europa di pari, al progresso solidale di tutte le nazioni e senza governi guida.

La storia può dimostrare che, volendo, ce n’è per tutti. Quando in uno dei bilaterali Italia Francia, ai tempi del governo Craxi, venne richiesto di consegnare all’Italia i brigatisti riparati e protetti  al di là delle Alpi, il presidente francese Mitterand si disse disposto a rilasciare solo quelli ancora in attività. “Mi venne spontaneo – racconta Andreotti – rispondere: In questo caso è meglio che se li tenga”. Era il 1986 e Italia, Germania e Francia andavano d’amore e d’accordo. Trentasette anni dopo, però, quel problema – non di poco conto per la nostra storia – non è ancora risolto. Ad esempio.

Renzo Trappolini


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13 febbraio, 2023

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