
Viterbo – Francesco Mattioli
Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Recentemente è stata presentata al pubblico una associazione di ex docenti dell’università della Tuscia, Excursus, che si prefigge di offrirsi come laboratorio di idee su alcuni dei temi prioritari della società di oggi, rivisitati anche alla luce delle problematiche proprie del Viterbese. In particolare, quest’anno, svolgerà una ciclo di incontri pubblici sul tema del cibo. Cibus, infatti, è il titolo di questa prima serie di appuntamenti.
A riguardo, può essere utile riprendere uno dei temi affrontati nella prima conferenza, che si è tenuta nella sala del Cedido a Palazzo Papale, e che riguarda il difficile incrocio tra la forte crescita della popolazione umana e la necessità di uno sviluppo sostenibile, quindi la stretta interelazione tra le vicende storiche e le risorse ambientali.
Alcune stime calcolano che intorno al 2100 la popolazione del pianeta potrebbe raggiungere i dodici miliardi di individui; troppi per una società che già oggi finisce di consumare le nuove risorse del pianeta alla fine di luglio e continua ad erodere risorse al di là della loro possibilità di reintegro.
Tuttavia certe valutazioni dovrebbero essere riviste; l’Ihme calcola infatti che dopo un picco di oltre 9 miliardi di abitanti, si avrà una riduzione e una stabilizzazione a 8 miliardi e mezzo – poco più dell’attuale – già intorno al 2070. Questo, perché i paesi più popolosi, come India e soprattutto Cina, stanno mettendo in atto provvedimenti sempre più rigidi di controllo delle nascite. Così, cala il numero medio di figli e crolla l’indice di fecondità generale; ovunque, anche se segnatamente in Europa. Solo in Africa, e proprio nei paesi più poveri di quel continente, questo processo non si riduce, il che comporta inevitabili problemi che si ripercuotono su tutti gli equilibri planetari.
Ma attenzione. Questo processo che può tranquillizzare rispetto ad un tragico eccesso di popolazione mondiale, nasconde insidie e criticità di altro genere. Con un progressivo incremento della speranza di vita, assistiamo infatti ad un forte invecchiamento della popolazione, quindi di persone che non sono più in età lavorativa; ma nel frattempo cala anche il numero dei giovani, quelli che dovrebbero assicurare, su un piano previdenziale, le risorse alle generazioni più anziane. Giovani che oltre tutto entrano più tardi nel mondo lavorativo e che hanno quindi essi stessi problemi ad assicurarsi un futuro. E che, inoltre, si confrontano con un mondo sempre più robotizzato, ipertecnologico che è inevitabilmente job killer.
Tutte queste criticità si incrociano poi con le migrazioni, certamente necessarie laddove viene a mancare la necessaria forza lavoro, ma allo stesso tempo in grado di generare conflitti di varia natura che, al netto di una valutazione epidermica del politicamente corretto, costituiscono tuttora un ostacolo all’integrazione sociale nel mondo. Soprattutto sul piano etnico-culturale. Va infatti ricordato che ai principi prettamente “occidentali” delle Nazioni Unite, sostanzialmente legati a valori liberisti e democratici, si vanno opponendo quelli sottoscritti da molti paesi orientali nel 1993 nella Dichiarazione di Bangkok, che difende dei cosiddetti “valori asiatici”, non tutti propriamente legati al rispetto della persona umana.
Se rileggiamo questi problemi alla luce della necessità di invertire la rotta in campo ambientale, ci si rende conto che il nostro futuro è irto di difficoltà. Da circa cinquant’anni, dal primo Rapporto Meadows (1972) la scienza avverte che stiamo erodendo le risorse del pianeta e, soprattutto, stiamo modificando negativamente gli equilibri degli ecosistemi ambientali, clima in testa.
Il riscaldamento del clima sta riducendo le aree abitabili e sconvolge i cicli produttivi in agricoltura; l’urbanizzazione, ormai travolgente (nel 2070 quasi l’80% dell’umanità vivrà in città e megalopoli) sta sottraendo suolo produttivo e allo stesso tempo aumenta i rischi di una conflittualità social.
Gli ambientalisti nutrono addirittura qualche pur eccentrico dubbio sulle conseguenze di un uso sempre maggiore di suolo destinato agi impianti fotovoltaici, eolici e idrogeologici, peraltro necessari sia per sostituire le calanti risorse energetiche non rinnovabili, sia per contrastare lo sconvolgimento del clima. Senza contare le criticità connesse alla produzione di energia dai rifiuti, soluzione apparentemente benedetta, ma sottoposta anch’essa a dubbi e caveat ambientali. Peraltro le pulitissime e sicurissime centrali nucleari a fusione sono di là da venire, se ne riparlerà tra almeno quarant’anni.
Emerge allora immediatamente e drammaticamente il vero punto critico: i limiti dello sviluppo da un lato, in termini di sostenibilità ambientale, e il diritto al benessere da parte di tutti gli abitanti del pianeta. Un benessere fatto di libertà e di dignità sociale, economica e culturale, certo, ma anche di salute, di sicurezza e di consumi, insomma di una complessiva migliore qualità della vita. Il che presuppone che non si possa, né si debba, tornare indietro rispetto ad un progresso tecnologico che, al netto dei profittatori di ogni colore, è in grado di garantire a tutti una crescita di dignità e di prosperità.
Di questo passo dove andremo? Domanda sbagliata. In realtà occorre chiedersi: dove vogliamo andare? La scienza può dare indicazioni, calcolare tutti gli algoritmi possibili per raggiungere questo o quell’obiettivo. Peraltro, diversamente da ciò che pensava la scienza tradizionale, quella in cui hanno raggiunto fama il Malthus dell’inevitabile catastrofe demografica umana e il Darwin della cinica selezione naturale, oggi la scienza quantistica sottolinea che viviamo in un mondo che non deve seguire l’inevitabile decadimento dell’entropia fisica, ma in quello in cui l’Uomo, con la sua creatività, la sua autocoscienza, la sua capacità di pensare, decidere e scegliere, può operare demiurgicamente, certo nel male, ma anche nel bene, imponendo alla realtà fisica i suoi disegni. Così, nulla è ineluttabile, se l’Uomo non lo vuole.
In questa prospettiva, diventa molto più facile rendersi conto che la fame nel mondo non è una piaga inestirpabile, che potrebbe essere rimossa progressivamente se se non vi si opponessero dinamiche territoriali, storiche ma anche culturali, e in ultima istanza politiche.
Insomma, il gioco non è tanto in mano alla scienza, è piuttosto in mano alla politica. Quindi a scelte volontarie che individui, gruppi, culture, devono compiere per garantirsi il proprio futuro e garantire quello del pianeta, l’unico luogo in cui possono prosperare, al di là dei sogni della fantascienza. Come ha scritto Mauro Mandrioli, dobbiamo mettere a tavola nove miliardi di persone; e farle mangiare bene, ogni giorno. A questo, non sono chiamate tanto la scienza e la tecnologia, che le loro ricette ce le hanno già pronte; ma la politica, quella con la P maiuscola che secondo Platone, Rousseau e Max Weber compie scelte etiche e lavora al benessere dell’Uomo, e che tuttavia non sempre sembra darlo a vedere.
Francesco Mattioli
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