Viterbo – (p. c.) – “Pasolini ‘viterbese’: la sua casa nella Tuscia e l’amore per il paesaggio antico”. Questo il titolo dell’evento che si terrà il prossimo 31 marzo a nell’auditorium del Centro culturale Valle Faul, a partire dalle 16,30, con il patrocinio della Fondazione Carivit, dell’Ordine degli Architetti di Viterbo e provincia e della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la provincia di Viterbo e per l’Etruria Meridionale.
L’introduzione sarà della soprintendente, Margherita Eichberg, che relazionerà su “La lezione di Pasolini: un appello alla tutela del patrimonio culturale e della bellezza antica del paesaggio”.
A seguire gli altri interventi. Il legame forte che unì Pasolini alla Tuscia, soprattutto negli ultimi 5 anni della sua vita, è ben noto. Innanzitutto la folgorazione per la cosiddetta Torre di Chia, che svettava sul panorama con i suoi 42 metri di altezza. E sarà proprio il prof. arch. Renzo Chiovelli a descrivere meglio quella che fu “Una fortificazione medievale per Pasolini: Colle Casale”.
Il funzionario della Sabap Vt-Em, Giuseppe Borzillo, approfondirà i dettagli de “La Torre di Chia, rifugio di Pier Paolo Pasolini”.
L’archeologa della Sabap Vt-Em, Carlotta Schwarz, interverrà su “Tombe, grotte, pestarole. Il paesaggio archeologico di Chia”.
Infine il prezioso il contributo dell’attore e attuale proprietario della Torre, Gabriele Gallinari, che racconterà cosa significhi vivere “casa Pasolini” ed essere in un certo qual modo “all’ombra del mito”, sentire e respirare ancora, in una qualche maniera, la “sua” presenza, il suo ricordo “tangibile”.
La Torre di Chia (a pianta pentagonale, merlata alla ghibellina, del XIII sec. e circondata da 17.800 mq di terreno), infatti, è un rudere simbolico che si fa emblema e memoria per tutti i reperti e le bellezze archeologiche del posto.
E quando si parla di paesaggio, non si può non citare la sua battaglia per difendere l’identità connotante tipica di realtà rurali e rupestri, in contrasto con una cementificazione, un’industrializzazione di massa, sfocianti nell’abusivismo e nella deturpazione del “paesaggio più bello del mondo”, ma anche in una disumanizzazione dei rapporti, dei legami e delle persone.
Il vero motore per evitare questa pericolosa deriva era la cultura. E perciò si mobilitò a favore della statalizzazione della libera Università della Tuscia, l’unica con un indirizzo in Etruscologia, per uno sviluppo “alternativo” di questa terra. “Sento molto i problemi urbanistici e paesaggistici dell’Alto Lazio e ritengo che la statalizzazione dell’Università potrebbe essere utile a questi fini”, affermò egli stesso. Una lotta per cui si espose in prima persona, come ci ricorda il libro di Silvio Cappelli “Pier Paolo Pasolini: dalla Torre di Chia all’Università di Viterbo”. Il testo verrà introdotto dall’autore e dall’editore Varo Vecchiarelli. Un libro nato nella ricorrenza del trentesimo anniversario della morte di Pasolini e, adesso, in occasione del centenario della sua nascita, con il quale si vuole riprendere quel filo conduttore, invisibile eppure così resistente, che egli tracciò. Ovvero “per ricordare la passione da lui profusa nella valorizzazione della cultura e del territorio viterbese”.
Per dirla con Moravia: “Pasolini interroga il mondo e dice la verità con una capacità profetica che lo rende perennemente attuale”.
Con i contributi di chi, come Cappelli, l’ha conosciuto fra l’altro in un’occasione particolare: nel 1975, nell’ambito del concorso fotografico internazionale indetto dall’ateneo viterbese, il cui tema fulcro era: “le risorse storico-archeologiche della civiltà etrusca e medievale”.
E delle ricchezze storico-archeologiche, ma anche artistico-architettoniche, della Tuscia si discuterà il 7 dicembre.
Per questo si può anche parlare di Pasolini “viterbese”. Non solo perché la scena del battesimo ne “Il Vangelo secondo Matteo” avvenne alla confluenza del torrente tra Poggio Scoperto e Colle Casale, nei pressi del cosiddetto “Ponte di Chia”. O perché Uccellacci e uccellini (1965) fu girato fra Viterbo e Tuscania. O, ancora, un interno di Medea (1969) è ambientato nei dintorni di Viterbo. Così come Il Decameron (1971), fra Viterbo e Nepi.
Il convegno, che vedrà la partecipazione straordinaria di Graziella Chiarcossi, sarà valido ai fini del conseguimento dei crediti formativi per l’Ordine degli architetti.
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