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Viterbo - Interviene il sociologo Francesco Mattioli

“Ben venga Viterbo in festa segno di una città operosa, ma il centro storico sta male”

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Viterbo - Piazza San Pellegrino

Viterbo – Piazza San Pellegrino

Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Ben venga Viterbo in festa. Un bel segnale, un’idea, un suggerimento, una prospettiva. 

Toccante la lettera della Pro Loco a riguardo, il segno di una Viterbo operosa che vuole “fare”.

Ma sono tre giorni di vita di fronte ad una routine annuale che inevitabilmente dice, e minaccia, altro.

Il centro storico di Viterbo sta male. Lo dicono tutti; amministratori di maggioranza e di minoranza; commercianti; residenti; frequentatori giovani  e meno giovani; perfino qualche turista (uno si è lamentato con me perché quando esci dall’ascensore su piazza San Lorenzo percorri un  tratto spoglio, fra muri decrepiti, sgretolati e abbandonati a  sé stessi).

Al capezzale del malato si avvicendano molti. E, come capita spesso tra i medici, ciascuno ha la sua ricetta terapeutica, magari interessante, ma spesso insufficiente ad affrontare total body un malanno che coinvolge organi e funzioni diverse.  Certo,  la buona volontà non va mai disprezzata, anzi… Solo che occorre chiarirsi le idee.

Intanto, non si può generalizzare. Alcune parti del centro storico non sono mai state molto vitali; erano da sempre “periferiche”, animate semmai da rapporti di vicinato: piazzette, vicoli e  vicoletti senza particolari attrattive commerciali o storico-artistiche. Altri luoghi, invece, ospitavano una vita attiva, variegata, a volte perfino frenetica: negozi famosi nell’immaginario collettivo della città, luoghi di incontro (Schenardi docet), aree di lustro architettonico e culturale (Fontana Grande, piazza Verdi ma non San Pellegrino, quartiere a lungo marginalizzato); le piazze erano crocevia di una circolazione di persone, cose e appuntamenti che nasceva e si sviluppava dentro le mura, giacché fuori di queste vivacchiavano le periferie-dormitorio, che si trattasse del Pilastro, dell’Ellera o dei Cappuccini. Così fino a tutti gli anni ’70.

Poi sono successe due cose, strettamente connesse fra loro. La prima: la motorizzazione di massa; la seconda: i consumi di massa.   Due fenomeni che attengono al cambiamento  e che quindi non si rivelano solo a Viterbo, ma ovunque.  Osservate una foto di piazza delle Erbe degli anni ’30 e una degli anni ’70: le principali differenze? Alcuni magazzini sono diventati negozi, certo; ma soprattutto al posto dei “tavolinetti” allestiti da Schenardi c’è un assembramento di auto parcheggiate che soffocano la fontana e si dilatano su tutta la piazza. 

Di quel passo, logico che prima o poi arrivassero le limitazioni al traffico, una pedonalizzazione di Corso Italia talvolta anche discussa, e che i parcheggi interni (Fontana Grande, piazza Verdi, San Faustino, Piazza della Rocca) scoppiassero.

Nel frattempo cambiavano i consumi, si sviluppavano le aree esterne, le nuove esigenze abitative allontanavano gli abitanti dai vecchi palazzi del centro storico verso quartieri e abitazioni più moderni, spaziosi, vivibili alla luce delle esigenze del nuovo millennio.   

Risultato: Schenardi chiuso, negozi abbandonati, moltiplicazione di piccoli caffè, trattorie, per lo più lungo predeterminati tracciati turistici e comunque aperti più che altro alla movida giovanile del sabato sera, che in genere va a occupare gli spazi lasciati vuoti dalle generazioni adulte. 

Nel frattempo, si sono moltiplicati i centri commerciali esterni alla città, ricchi di opportunità e soprattutto di comodi accessi e di parcheggi giganteschi, spesso protetti dalle intemperie. Forse anche le periferie stentano a costruirsi una vita propria (eppure in certi casi la “piazza” funziona…), ma di certo il centro storico sprofonda, animandosi solo nei momenti tradizionali  e in quelli deliberatamente  forzati a raccogliere cittadini (Santa Rosa, Fiera dell’Annunziata, Natale, ora Viterbo in festa…). E, ancora, le aree del centro storico più marginali o marginalizzate, finiscono per degradarsi anche sul piano del mercato immobiliare, con il risultato di ospitare sempre più i marginali e gli esclusi e con inevitabili fenomeni di moltiplicazione della criticità sociale di quei luoghi.
 
Tuttavia. Non è cosa solo di Viterbo. Accade ovunque, perché ovunque accadono cambiamenti epocali sul piano sociale, urbanistico, abitativo, consumistico, infrastrutturale.  Una quindicina di anni fa, una ricerca congiunta tra il Dipartimento di Sociologia e quello di Urbanistica de La Sapienza, assieme a colleghi della Bicocca di Milano, dimostrò che nelle grandi città di richiamo turistico–commerciale (Roma, Milano in particolare) stavano succedendo cose allarmanti. A cinquecento metri da Via Condotti a Roma o dal Triangolo della Moda di Milano si trovavano zone che si stavano spopolando e negozi in evidente crisi, con un succedersi di drammatiche chiusure di esercizi.  A Roma, via Cola di Rienzo e  via Nazionale stavano perdendo gran parte del loro tradizionale appeal commerciale.  Ma qualcosa del genere si verificava anche a Londra, Parigi, Vienna…

Quindi, inutile strapparsi i capelli: perché il centro storico intra-moenia è stato concepito tra XII e XIX secolo per altre attività sociali, economiche, commerciali e persino militari che non appartengono di certo alla società di oggi. 
 
Che fare? Intanto, prenderne atto senza troppi patemi perché così va il mondo. Ovunque, non solo a Viterbo.

Poi, passare ad una cura da cavallo, perché le malattie gravi che possono condurre a morte non si curano con gli ansiolitici e l’aspirina.  Allora, tanto per accennare (si dovrebbe approfondire, ma si può fare in altro momento), occorrerebbero:

1.     Rigenerazione urbana del centro. Cioè interventi urbanistici pesanti, volti a restituire attrattività agli immobili del centro storico. E’ necessaria la collaborazione (e la flessibilità…) della Sovrintendenza nel caso di immobili di pregio, mentre più fantasia potrebbe riservarsi per quelli più ordinari.  Una abitazione è attrattiva se ha spazi interni adeguati, servizi, luminosità, facile riscaldabilità, accessibilità (ascensore), posto auto (e/o garage), raggiungibilità.
2.     Focalizzazione di attività commerciali, culturali e associative ricorrenti nelle aree del centro storico più periferiche. Incentivazione delle iniziative culturali e sociali di inclusione e rigenerazione sociale.
3.     Centralizzazione di attività sociali e culturali in grandi contenitori abbandonati (es.: Cinema Genio).
4.     E tuttavia incentivazione all’investimento commerciale e turistico da parte di grandi organizzazioni  nazionali e internazionali (centri culturali o amministrativi all’ex Banca d’Italia o all’ex Ospedale? Piuttosto uno Sheraton con spa termale per nababbi desiderosi di scoprire Viterbo e magari di investirvi su…)
5.     Pedonalizzazione totale (h24) con percorsi privilegiati per i residenti, ciclovie e soprattutto bus navetta a ciclo continuo a partire da ampi parcheggi extra moenia.
6.     Trasformazione del centro storico di pregio commerciale (Corso Italia in particolare, ma anche via Roma) in un vero e proprio “centro commerciale”, quindi: protetto dalle intemperie (tettoie rimovibili), sicuro, pulito ad ogni ora, accogliente, luogo di continuo spettacolo e attrazione, dotato di parcheggio multipiano e di scala  mobile (ad esempio sotto Piazza Martiri d’Ungheria), arricchito da incentivazioni per gli operatori, i residenti e i frequentatori.
7.     Piano generale di sicurezza e di nettezza urbana, con controllo intensivo da parte delle forze dell’ordine, pubbliche e private, e vigilanza di vicinato.
8.     Abbellimento delle vie cittadine con particolari dotazioni (floreali, di servizio, informative, ecc.) e manutenzione costante delle stesse.
9.     Logica speciale di accoglienza del forestiero, viaggiatore, turista, visitatore disincentivando il mordi-e-fuggi e favorendo la residenzialità prolungata ( e tenendo aperti i centri di informazione turistica nei giorni di festa…)
10.  Presìdi amministrativi, sanitari, culturali, scolastici di zona.
 
Ovviamente, tutto ciò ha costi notevoli e tempi medio-lunghi; l’unica possibilità è il pesante coinvolgimento dell’imprenditoria privata e, soprattutto, una pesante sterzata in faccia ad una mentalità burocratica, ideologica e, soprattutto, provinciale. A Viterbo manca ancora la visione d’insieme, una crescita in termini di convivenza civile, insomma la capacità di “volare alto” invece di litigare per una cotica rinsecchita; colpa di antiche vicende, certo, di cui ancora scontiamo i loro effetti, ma occorre cambiare la prospettiva.

In ogni caso gli esempi di rivalutazione del centro storico non mancano in Italia (da Brescia a Spoleto a Matera) e in Europa (Provenza, Normandia, Baviera, ecc.) senza pensare necessariamente alle metropoli.

Il malato è grave e gli interventi per salvargli la vita non possono essere fatti con chiacchiere e pezze calde, magari apparentemente rigeneranti, ma saltuarie o improvvisate.  
 
Auguri.

Francesco Mattioli


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26 aprile, 2023

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