Renzo Trappolini
Viterbo – È un periodaccio: dopo la peste Covid, la siccità, il diluvio e soprattutto la perdurante entrata in guerra dalla porta di servizio, quella da cui passano i portapacchi che per Kiev sono le armi.
Henry Kissinger, “l’amerikano”, compie in questi giorni cent’anni vissuti per almeno due terzi a consigliare inizio e fine di rivoluzioni, invasioni e connesse pacificazioni, sul presupposto che in politica estera non conterebbero i principi etici perché la giustizia, nei rapporti fra potenze e in genere stati è sostituita dalla legittimazione, cioè dalla decisione o dall’accordo dei più forti. I vincitori.
Per questo, forse, Zelensky ha detto “no grazie” a papa Francesco che, come dal Vaticano hanno sempre fatto – ma il più delle volte infruttuosamente – era pronto ad avventurarsi lungo le strade della diplomazia per trovare il punto d’incontro “giusto” tra quanti combattono sul campo e gli interessi planetari che rappresentano. L’antico segretario di stato Usa, però, invita ora a non cercare vittorie e sconfitte sul campo. Piuttosto, abbandonando il terreno di guerra, avviarsi su quello della pace internazionale perché il rischio della radicalizzazione del confronto tra Occidente e Russia, con la Cina primattore, ridurrebbe in pezzi la globalizzazione, ricreando steccati difendibili ove occorra anche col nucleare ed aggravando la crisi economica pagata soprattutto dai più deboli. In questo scenario, l’Europa, e con essa l’Italia, non sono certamente tra quelli che contano di più ed il realista Kissinger richiama il rischio concreto di un esito incontrollabile del conflitto.
Può pure darsi che la Cina come altre grandissime potenze mondiali, dall’India al Brasile, riescano a imboccare e far imboccare la via diplomatica della legittimazione di una pace purchessia, come nella storia prima o poi accade. Ma, intanto, dalle parti di san Pietro, ricevuti il no esplicito da Zelensky ed il niet dal comportamento di Putin, sono scesi sul terreno che è più loro proprio: quello che non ritiene la giustizia figlia della legittimazione del più forte, consapevoli, peraltro, che le guerre sono nella sostanza lotte di interessi economici e di potere sopra i quali spesso, a cominciare dalle crociate e dalle vicende islamico cristiano, sventolano i drappi del Dio lo vuole e della proclamata tutela di valori morali.
Nella storia, ma anche nell’attuale invasione russa dell’Ucraina che, il 6 marzo 2022, il patriarca ortodosso di Mosca non tardò a giustificare come lotta del bene contro il male rappresentato dai modelli di vita “peccaminosi e contrari alla fede cristiana” dell’Occidente.
Si può leggere in questa chiave l’incarico di parlare con russi e ucraini dato da Francesco non a un diplomatico ma al vescovo di Bologna? Matteo Zuppi che da prete, con la Comunità romana di sant’Egidio, portò alla pace in Mozambico le opposte fazioni che si fronteggiavano sanguinosamente, sostenute, se non istigate, ognuna da protettori esterni, i soliti Stati Uniti e Russia.
Un filosofo e teologo contemporaneo, Raimon Panikkar considera la guerra un fenomeno culturale che discende dalla violenza, parte sostanziale della natura umana che solo la ragione, la cultura della convivenza in pace possono contenere. Non la pax romana, cioè, quella imposta dai vincitori come una volta dall’imperatore Augusto ai popoli sconfitti e assoggettati.
Sarebbe quindi irrealistico affannarsi per la pace se prima non si procede al disarmo della cultura bellica.
Tutto nella storia propende per la logica del pesce più grande che divora il piccolo, ma la “caccia”, che fa parte della natura e con essa sempre resterà, può essere ricondotta dalla ragione in termini “ragionevoli” col riconoscimento delle libertà unito a quello della giustizia, che non sia la “legittimità” imposta da chi vince.
Renzo Trappolini
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