Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – A 60 anni e un po’ appesantito dalla inattività dovuta alla recente pensione, ho notato che qualche chilo si è presentato ad arrotondarmi le guance (e il girovita). Orgogliosamente, ho quindi deciso (anche se controvoglia) di fare un po’ di movimento.
Come da un po’ di tempo a questa parte, vado a farmi una corsetta la mattina sotto casa. Forse per pigrizia, o non volendo aumentare la già pesante dose di CO2 prodotta (secondo la scienza moderna noi umani ne siamo i massimi produttori), non prendo la macchina e inizio il mio percorso fitness da via Puccini diretto all’ospedale di Belcolle.
Fantastico percorso in salita, aria abbastanza pulita, poche macchine a quell’ora e tanto tanto “green” (aggiungerei molti altri colori ma non vorrei dilungarmi troppo).
Il verde mi circonda (nel vero senso del termine) mi tranquillizza, mi rende felice e ben predisposto al sacrificio che vado a compiere.
Orbene, (amo questa parola trovata su un ricorso scritto in avvocatese), l’itinerario che ho scelto si è rivelato un eccezionale “percorso sensoriale” che ti porta a provare forti emozioni e sentimenti contrastanti, frutto dell’ambivalenza emotiva e affettiva che ho provato nei confronti di questa paradossale e ridicola situazione.
In questo turbinio di amore e odio una prima domanda mi si rinfaccia come i peperoni mangiati la sera: “Ma i soldi che verso in Irpef comunale insieme alle altre amatissime tasse come la Tari, dove c***o vanno a finire?”. Sorridendo come un ebete, m’immagino la possibile risposta dell’attuale amministrazione: “La colpa è delle precedenti amministrazioni”, direbbero tronfi o se sono meno originali (cosa altrettanto facile da immaginare), potrebbero dire “la colpa è dei cambiamenti climatici”, (tesi appoggiata dal noto climatologo e scienziato Babbeo Bassetti… Ops scusate, Matteo, ma sto cavolo di T9 mi rompe sempre).
Migliore giustificazione potrebbe essere: “La colpa è sicuramemente di Putin”. Cosa certa è che nussuno lo saprà mai. O meglio, si è venuto a sapere che una parte di quei soldi, sarà sicuramente servita per gli aumenti dei loro già lauti compensi, poi il nulla!
Tornando al percorso sensoriale, la vista è il primo dei sensi a essere ammaliato (colpito da malìa, legata alle arti magiche della volontà altrui). L’affascinante, e per l’appunto ammaliante, spettacolo di colori sul ciglio della strada dovuto alla presenza di variegata monnezza, che se anche ti distrae dall’inopportuna presenza delle “cacche di cane”, ti riporta alla mente i quadri di Igor Saharov e nello stesso tempo ti fa ammettere che neanche il suddetto sarebbe capace di tali accostamenti tonali.
Il tatto, è il senso preposto alla percezione degli stimoli che interessano la superficie esterna del corpo umano, attraverso cui il cervello riceve informazioni sull’ambiente circostante. L’organo per eccellenza deputato al tatto è la pelle. La stessa pelle, che se rimani sul marciapiede, ti consente di apprezzare alcune caratteristiche peculiari degli spontanei rovi “green” sparsi qua e là lungo la salita. Sensazione da provare assolutamente per i distratti con difficoltà di concetrazione perché ti fa sentire più vivo che mai e ti tiene desto e concentrato sull’obiettivo.
L’udito, non molto sollecitato a dire il vero, eccezion fatta per le sparute ambulanze che transitano e il clacson di qualche automobilista solerte che fottendosene altamente dei limiti di velocità, ti ricorda che non è salutare correre sul margine della strada.
Comunque i numerosi decibel delle ambulanze che arrancano in salita potrebbero essere facilmente evitati, soprattutto quando non c’è un c***o di nessuno da avvisare che stai passando.
Sta di fatto che stamane ho assistito all’esilarante scena di un’ambulanza (sono gli unici automezzi che riescono a mantenersi entro il limite dei 50 km orari), che urlante arrancava in salita seguita da un sorridente extracomunitario (ops oggi si dice migrante), felice possessore di un monopattino elettrico capace di sostenere il passo di quell’ipersonica ambulanza.
L’olfatto è suggestivamente solleticato solo varcato l’ingresso principale di Belcolle, dove un felice olezzo di merda t’inebria e ti riempie gli affaticati polmoni. Tal effluvio ti segue quasi dappertutto ma dà il massimo di sé nelle immediate vicinanze dell’ingresso tanto da causarti una rapidissima forma (fortunatamente temporanea) d’iposmia.
Qui la vista continua a essere ammaliata dalla bellezza dei colori e delle forme che s’incontrano. Le cellule fotorecettrici ti cullano e ti procurano un senso di beatitudine dovuto alla contemplazione delle spontanee specie di mascherine abbandonate lungo la salita per il pronto soccorso e nell’adiacente parcheggio.
Tali specie autctone, alcune di rara bellezza estetica, prolificano indisturbate e si moltiplicano senza che nessuno delle centinaia di dipendenti del nosocomio nostrano si sia mai chiesto come mai nessuno le colga.
Mah, rimarremo con l’amletico dubbio. Che dire poi della creativa idea di esporre mezzi speciali quali il “servizio mobile trasfusionale” o il “punto mobile prelievi”, che, degni pezzi di antiquariato aziendale (che si spera non abbandonati ma che te lo fanno senz’altro pensare), non sono conservati proprio bene.
Mi rendo conto solo ora che non ho avuto riscontri sensoriali riguardante il gusto (fortunatamente). Però poi, sotto la doccia ho compreso che anche lui è stato coinvolto, magari non direttamente sul percorso. Come diceva George Carman, “i sentimenti contrastanti sono come una miscela di bevande, una confusione per l’anima”.
L’ambivalenza e la contraddizione rientrano nella gamma emotiva della normalità. A chi non è successo di provare emozioni opposte verso qualcosa o qualcuno o di ritrovarsi travolto dai dubbi?
Beh a me questo percorso sensoriale ha scosso tutti i sensi, lasciandomi un lacerante gusto di amaro in bocca.
Antonio Fusco
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