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Viterbo - A fine anni '30 la costruzione delle prime case dove era previsto un nuovo ospedale

Quando al quartiere Pilastro appena nato c’era la macelleria di Momo e Lucia

di Silvio Cappelli
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Viterbo – Secondo il censimento del 1931 la città di Viterbo, da quattro anni elevata a capoluogo di provincia, aveva 20.467 abitanti con una crescita di circa 200 abitanti all’anno rispetto ai censimenti precedenti.  Nel progetto del piano regolatore del 1930, nell’area esterna alla cinta muraria compresa tra la Porta Fiorentina e la Porta Bove erano previsti il giardino pubblico, attuale Pratogiardino, e un’area destinata per il nuovo ospedale. Alla fine degli anni ’30, però, contrariamente a quanto previsto, si iniziarono a costruire le prime case dell’attuale Viale Bruno Buozzi, sul terreno espropriato che faceva parte delle ex proprietà Anselmi. Addio nuovo ospedale.

L’inaugurazione del quartiere Pilastro avvenne il 21 aprile 1941. Per molti, vista l’edilizia popolare prevalente, è ancora oggi rimasto il quartiere delle “Case popolari”. Negli anni Cinquanta venne demolito il lavatoio di Piazza San Faustino, demolito un tratto delle mura castellane, per creare la nuova Via Signorelli ad unire Viale Bruno Buozzi con il centro storico di Viterbo.


Claudio Ciucciarelli

Claudio Ciucciarelli


Di come si svolgeva la vita nel nuovo quartiere Pilastro, tra gli altri, ce ne parla anche Claudio Ciucciarelli all’interno della pubblicazione «Io e me» stampata a Viterbo dalla tipografia Ragone nel 2006 e che ora brevemente vi racconto ma che sarebbe bello leggere e rileggere più volte nelle sue quasi cento pagine.

Il periodo riguarda gli anni ‘50/’60 quando si andava a Bagnaia con il trenino ex Roma Nord a comperare la “porchetta”, sempre con un po’ di “fegatelli” e di “finocchio”, e poi si andava alla Grotta Azzurra, da Vincenzo nella stessa piazza, che era poco più che un’osteria con un grande pergolato dal quale si scopriva la valle sotto Bagnaia. C’erano dei tavoli per mangiare. Si prendeva il pane ed il vino, oppure birra e gassosa, qualcuno prendeva dei supplì e si poteva stare lì fino a sera.

“Dopo quella merenda consumata in allegria – scrive Claudio Ciucciarelli – si poteva tornava contenti verso casa”. Nel quartiere Pilastro che in quel periodo era ricco di personaggi. “Furono gli stereotipi consacrati dal neorealismo italiano e che determinarono il costume di un’epoca – continua Ciucciarelli nel suo libro – ricordo l’uomo che tutti i giorni arrivava sotto la mia casa al Pilastro con un Apettoe consegnava al Circolo Acli (l’osteria più in del quartiere) delle grosse colonne di ghiaccio secco che l’uomo scaricava con dei ganci di ferro. Oppure Italo, detto oiaio, altro guidatore di Apetto con a bordo olio d’oliva sfuso per le massaie. Ricordo che le ambulanze dell’epoca, quelle che venivano a raccogliere qualche povero vecchietto colpito da paralisi, erano color caffellatte con i vetri opachi ed il simbolo della Croce Rossa.


Viterbo - Progetto piano regolatore 1930

Viterbo – Progetto piano regolatore 1930


Ricordo che la loro vista mi rendeva molto triste. Nelle torride estati di quegli anni passava per le strade del quartiere il camion-schizzo, cioè un autocarro con una sorta di grosso innaffiatoio sul fronte. Alla guida c’era Angelino uno dei pochi operai comunali dell’epoca dai capelli bianchi e sempre vestito con una lisa tuta blu. Tanti ricordi, tanti personaggi, tante sensazioni, tutte da raccontare. Il teatro dei miei primi dodici anni di vita [Claudio Ciucciarelli è nato il 19 aprile 1952] fu Via della Liberazione nel quartiere Pilastro. All’inizio della via c’era l’orto della Natalina, anziana donna popolana dai capelli ormai bianchi. La Natalina vendeva carbone, legna, varechina, estratto, DDT ed altra roba. Non ho mai capito la differenza tra la varechina ed estratto. Per me l’estratto era più forte, perché puzzava terribilmente e mi metteva paura più della varechina. A pochi passi dall’orto della Natalina c’era l’osteria di Pajarello. Per la qualità del vino se la batteva con il Circolo Acli ma ciò dipendeva dal periodo. Ogni osteria aveva ovviamente la propria clientela. Mio padre raramente mi mandava a comperare il vino da Pajarello”.

Nel quartiere vivevano anche famiglie straniere come, per esempio, i Branker. “Di fronte alla Natalina – è scritto ancora nel libro – abitava Caporossi. Era il tipico bell’uomo, abbronzato, sempre ben vestito, con la classica camminata da bullo ed una passione forte per il calcio. Il figlio Massimo, anche lui bel tipo, poi ha fatto carriera fino a diventare direttore generale della Banca di Viterbo. Poi c’era Sabatini vigile urbano, la famiglia Radanich con la signora Iole ed il figlio Sandro […]. Il numero otto di Via della Liberazione, dove abitavo, era un palazzo dell’I.A.C.P. dove vivevano nove famiglie. Una costruzione di tre piani con tre abitazioni per ogni pianerottolo. Case piccole, umili, ma noi ci vivevamo bene”.


Viterbo - Il quartiere Pilastro alle sue origini

Viterbo – Il quartiere Pilastro alle sue origini


Tanti i personaggi citati: la famiglia Meschini, la famiglia Montanini con un componente soprannominato Zighirillino, la famiglia Recchia con la vecchia che era soprannominata La Statua, la famiglia Fanelli, la famiglia Cappelli, la famiglia di Fulvio Perillo gasista, che su un occhio portava sempre una benda nera legata dietro la nuca con uno spago e girava in sella ad una vecchia Lambretta, la famiglia di Pietro Vargiu aviatore, la famiglia di Peppe Petroselli la guardia e tanti altri. In ogni palazzo del Pilastro c’era una schiera di “cristiani” con tante storie personali diverse. Era il periodo delle macchine Fiat 500, 600 e Ford Taunus. In ogni palazzo non mancavano gli scantinati bui.

“Percorrendo Via Andrea Scriattoli in discesa – racconta ancora Claudio Ciucciarelli nel suo libro – ci si avventurava in una zona pericolosa. Sulla sinistra ricordo che i palazzi erano abitati da gente strana, slavi o profughi del sud d’Italia. Erano persone sì strane, ma perbene. Fra di loro c’erano quelli che di mestiere facevano gli ombrellai, che riparavano anche le concoline, i nocciolinari che vendevano la sufaia, i bruscolini e le noccioline, poi c’erano anche gli stracciaroli. A destra invece, quasi alla fine della via, c’era il negozio della Bruna. Un buchetto, dove una delicata donnetta dall’aspetto giovanile, vendeva articoli di merceria. Era fornitissima. Vendeva pure qualche oggetto di Moplen e articoli per la scuola. Il marito lavorava come elettricista in una società elettrica. Questo brav’uomo nel tempo libero faceva piccole riparazioni nel retrobottega della moglie.

A fianco al negozio della Bruna c’era un mito: Mario il barbiere. Due vetrine, due locali. Nel primo locale Mario teneva tre poltrone da barbiere come andavano una volta, con il rotolo di carta sotto la testa. Ed infatti accanto a Mario c’erano altri due lavoranti, un certo Fulvio ed un giovane garzone. Nel secondo locale c’erano le docce. Il Pilastro allora era quartiere di operai e a fine settimana, in genere il sabato pomeriggio, al ritorno dal lavoro, ci si lavava e ci si faceva barba e capelli. Mario aveva tre cabine doccia che tutta la settimana rimanevano inutilizzate, tant’è che lui usava quel locale come garage per la sua Lambretta. Se dovevi farti i capelli da Mario il sabato dovevi andare verso le tre del pomeriggio per uscire verso le sette di sera. Dentro quella bottega c’era ovunque vapore, profumo di brillantina e fumo di sigaretta e, d’inverno, i vetri erano totalmente appannati. Alle pareti Mario teneva appese le foto dei pugili più in voga dell’epoca e qualche calendario con le donne nude. […] Appena imboccata, in un piccolo spiazzo sopraelevato rispetto alla strada, vi era una bottega gestita dalla famiglia Guerra che vendeva tutto. In quegli anni, non so se vi fossero leggi diverse, ma le botteghe di alimentari potevano vendere di tutto, compreso il DDT, le scope di saggina, il veleno per i topi ed anche il latte sfuso seppure nel retrobottega, sembra per motivi igienici.


Viterbo - Piano regolatore 1930 - Zonizzazione

Piano regolatore Viterbo 1930 – Zonizzazione


Il negozio della Guerra era veramente particolare. C’erano due banconi alti con dei cassettoni di legno pieni di pasta o di riso sfusi. All’ingresso c’erano invece sacchi di fagioli, lenticchie, ceci con sopra appoggiati dei cucchiaioni di ferro. A terra c’erano alcune casse di baccalà oppure delle tinozze con le aringhe affumicate. I salumi venivano affettati con quella macchina che aveva una grande ruota con la manovella di legno. Le mosche erano intrappolate da una specie di nastri adesivi che penzolavano giù dal soffitto. Nel retrobottega dove c’era la latteria, che aveva anche un ingresso separato, si arrivava passando attraverso un ripostiglio buio dove erano depositate le damigiane di varechina e il Ddt. […] Dal portone a fianco al negozio della Guerra, su via Don Minzoni, vedevo uscire spesso un giovane un po’ più grande di me. Credo che andasse a trovare la fidanzata, figlia di un carabiniere.

Era Sergio Pollastrelli futuro senatore della Repubblica, una persona perbene. Continuando a salire sul lato destro Via Don Minzoni è costeggiata da orti rigogliosi. In mezzo a questi orti si stagliava ad un certo punto un viottolo non più lungo di venti metri e largo appena un metro che collegava via Don Minzoni con la parallela Via Emilia. Quasi alla fine di questo viottolo, verso Via Emilia, ricavato nel mezzanino di un palazzo, c’era il negozio della Coniglio. Era una merceria concorrente della Bruna ma non ci andava mai nessuno. Era un buco di quattro metri quadrati e ci si andava solo quando era proprio necessario. […] Camminando per le vie del quartiere capitava qualche volta di incontrare la Colomba, anziana donna classica donna popolana ed anche povera. Circolava per le strade del quartiere con una bagnarola piena di pesci rossi, oppure con un fascio di canne. I

nsomma cercava di vendere di tutto pur di sopravvivere. […] Proprio all’inizio di Viale Bruno Buozzi, a sinistra nel suo chiosco era la sora Peppa che vendeva la migliore frutta e verdura del quartiere. […] Dopo alcuni anni quel posto fu occupato dalla pompa di benzina dei Genovese. Oggi lì non c’è più niente. A pochi metri dalla sora Peppa, sempre a sinistra scendendo Viale Bruno Buozzi, c’era l’edicola di giornali della famiglia Valeri ed alle spalle la casa della famiglia Telari. A pochi passi sempre sul marciapiedi di sinistra c’era il forno milanese. […] Sul lato destro di Viale Bruno Buozzi, dall’altra parte della strada c’era invece il famoso e frequentatissimo bar Curti gestito dal figlio più grande della sora Peppa, Marcello. Era il classico bar dello sport ma aveva anche ottimi gelati ed altra roba. Dopo cinquant’anni il bar è ancora li ma ha cambiato gestione. Appresso al bar Curti c’era la macelleria di Momo e della Lucia. In verità Momo era un tipo un po’ grezzo ma soprattutto era caratteristico perché arrotava i coltelli mettendosi a gambe divaricate in posizione mussoliniana sulla porta del negozio. Più giù c’era la fonte dell’olio, una bella e moderna salumeria e più avanti la tabaccheria dei genitori dell’amico Pietro Ferri. A metà di Viale Bruno Buozzi sulla destra sorgeva la parrocchia del Sacro Cuore allora affidata al parroco Don Angelo Massi”.

Questo, e tanto altro, è contenuto nel libro di Claudio Ciucciarelli che, come scritto nella prefazione “regala uno spaccato di società, cosi realistica da poter essere presa a prestito come sceneggiatura di un film neorealista”. Sicuramente da leggere.

Silvio Cappelli


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23 luglio, 2023

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