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Cronaca - Il segretario territoriale del sindacato dei braccianti agricoli Uila, Antonio Biagioli: "È ora di far sentire la voce dei lavoratori, è ora di dire basta"

“Inaccettabile lavorare per morire, servono norme più stringenti per la sicurezza”

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Il segretario generale della Uila Viterbo Antonio Biagioli

Il segretario generale della Uila Viterbo Antonio Biagioli

Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Si lavora per vivere, non si vive per lavorare, e ancor meno si lavora per morire. Come invece è successo a Nasser Al Masoudi a Montalto di Castro.

È inaccettabile che ancora oggi si muoia sul posto di lavoro. È inaccettabile la morte di Nasser Al Masoudi, bracciante agricolo, come tanti altri. Lavoratore straniero, operaio, come tanti altri.

Uomini e donne che si alzano all’alba per fare ritorno a casa la sera, quando è tardi, dopo aver passato la giornata con il sole che spacca pietre e teste. Giornate dove la fatica, cioè quel dolore fisico che si oppone alla prosecuzione del lavoro, è la sola vera costante.

È inaccettabile morire di lavoro, così come è inaccettabile vivere per lavorare. Una situazione che i braccianti agricoli conoscono bene. Appena si alzano, mentre tutti gli altri dormono, quando devono capire come arrivare sul posto di lavoro. Perché spesso, anzi quasi sempre, dove lavorano gli autobus non arrivano. Quindi, per andare a lavorare, un bracciante agricolo, che spesso, soprattutto se è straniero, e molti, moltissimi, sono stranieri, non ha né macchina né patente, deve rivolgersi a qualcun altro o andare in bicicletta, oppure farsela a piedi. Percorrendo chilometri.

Chilometri che deve farsi anche al ritorno. Per arrivare in contesti urbani dove poi, nella maggior parte dei casi, vengono tenuti ai margini della vita sociale. Per organizzarsi, infine, in vista del giorno dopo. Giorni sempre uguali a se stessi. Giorni fatti con lo stampo dove le festività non esistono. Un lavoro, quello dei braccianti, fondamentale ma la cui condizione sociale e di lavoro, spesso di sfruttamento e di vera e propria discriminazione, è tenuta sotto silenzio.

E la stessa parola “straniero” andrebbe radicalmente rivista. Perché straniero significa estraneo al contesto sociale in cui uno vive, quando invece un lavoratore, estraneo, non lo è mai. Perché un lavoratore, da qualsiasi parte del mondo provenga, è sempre cittadino del posto in cui lavora, vive con la sua famiglia e manda a scuola i suoi figli. Perché un lavoratore produce. E un bracciante produce per tutti. Ma produrre non può però significare “crepare”.

Un bracciante è un operaio che vive del proprio lavoro e delle proprie braccia, alimentando sistemi, e profitti, senza trarne alcun vantaggio. Anzi, senza trarne nemmeno il dovuto. Anzi, vedendosi invece sottrarre tempi di vita, salario e, a volte, anche la vita stessa.

È ora di dire basta. È ora che i lavoratori, i braccianti agricoli facciano sentire la loro voce. È ora di rivendicare il diritto innanzitutto alla vita e alla qualità della vita. Una vita dignitosa. Il diritto alla salute e alla sicurezza, costruendo una sinergia concreta e strutturale con le istituzioni preposte, la Asl, l’ispettorato del lavoro, le forze dell’ordine. Istituzioni, ispettorato, Asl, forze dell’ordine che hanno sempre mostrato e testimoniato una profonda sensibilità nei confronti del mondo del lavoro. Servono dunque norme più stringenti sul fronte della sicurezza. Un punto di partenza decisivo. Il tutto a partire dai prossimi rinnovi dei contratti di lavoro.

È inaccettabile vivere per lavorare, men che meno lavorare per morire. Deve essere chiaro e lo dobbiamo avere tutti chiaro.

Antonio Biagioli
Segretario territoriale Uila Viterbo


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28 luglio, 2023

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