Viterbo – (sil.co.) – Un anno e otto mesi di reclusione da scontare in carcere. È il cumulo di pene che martedì ha portato dietro le sbarre un 39enne del capoluogo, Giuseppe Cianchi capo ultras della tifoseria viterbese, rintracciato e arrestato nella tarda serata dalla squadra mobile.
Giuseppe Cianchi
Prima di essere condotto a Mammagialla, Cianchi ha postato un “torno presto, vi saluto così” sul suo profilo Facebook.
A gennaio 2020 la cassazione lo ha salvato da un Daspo di cinque anni. Ma nel 2021, sempre la cassazione, ha reso definitiva una condanna a dieci mesi per rissa e lesioni che ha contribuito a implementare la somma. Nel 2008, accusato di far parte della “banda dei bar”, finì ai domiciliari per lesioni e minacce. Al titolare di un allora noto locale di Valle Faul, assieme a due complici, avrebbe urlato: “Viterbo è nostra”. Sono passati quindici anni.
In carcere, secondo la nota della questura, deve espiare alcune condanne passate in giudicato, attinenti per lo più a reati contro la persona, le sostanze stupefacenti e armi. “Il provvedimento di carcerazione fa sapere la polizia – era scaturito da una sentenza del tribunale ordinario di Roma, poi confermata dalla corte d’appello di Roma e divenuta definitiva nell’aprile del 2022, poi assorbita in un ulteriore provvedimento di determinazione di pene concorrenti emessa dalla procura viterbese, nel gennaio di quest’anno”. Totale, un anno e otto mesi di reclusione.
Viterbo – La polizia in centro – Immagine di repertorio
Noti i suoi trascorsi. Uno in particolare, legato alla movida viterbese. La sera del 20 agosto 2008, appena 24enne, fu arrestato per lesioni e minacce dalla polizia assieme ad altri due giovani, accusati di far parte della “banda dei bar”, che imperversava da qualche mese di notte nel capoluogo creando scompiglio nei locali. Uno dei tre finì in manette mentre si trovava in spiaggia a Pescia Romana.
All’epoca il 39enne finì ai domiciliari. Tra i tanti fatti contestati c’erano aggressioni a titolari e clienti di bar e pubblici esercizi, spedizioni punitive, minacce a un uomo delle forze dell’ordine e ad addetti alla sicurezza di locali notturni. L’episodio più grave una settimana prima al titolare dell’allora Reverse di Valle Faul, in cui i giovani erano entrati con armi da taglio ed improprie, urlando: “Qua dobbiamo metterci piede solo noi. Viterbo è nostra”.
Il 13 luglio 2021 la cassazione, dichiarando inammissibile il ricorso, ha reso definitiva una condanna di secondo grado a dieci mesi di reclusione per rissa e lesioni – senza il beneficio della sospensione condizionale della pena – successiva a una sentenza di primo grado del tribunale di Viterbo del 21 gennaio 2011, dieci anni prima, parzialmente riformata in appello il 21 gennaio 2016, fatte salve le prescrizioni, ritenuta la continuazione tra i reati e operata la riduzione per il rito abbreviato. Il 39enne aveva tentato la strada delle legittima difesa, sostenendo di essere stato vittima di una aggressione e di avere agito esclusivamente per difendersi, chiedendo la riduzione e la sospensione condizionale della pena.
Nel 2020 si è salvato da un Daspo di cinque anni. Il 39enne era uno dei sette ultras gialloblu colpiti nell’estate 2019 dal Daspo del questore di Caserta per i disordini esplosi dopo la partita Casertana-Viterbese del precedente 17 marzo allo stadio Pinto, vinta dalla squadra in trasferta, in cui rimasero feriti due carabinieri e un poliziotto.
Giuseppe Cianchi
Il successivo 30 gennaio la cassazione, su ricorso della difesa, ha poi annullato senza rinvio l’ordinanza con cui il 24 agosto 2019 il gip di Santa Maria Capua Vetere aveva convalidato il provvedimento di Daspo di 5 anni con prescrizioni del 19 agosto 2019, non avendo rispettato il termine a difesa delle 48 ore per il deposito della memoria, con conseguente cessazione dell’efficacia del provvedimento questorile limitatamente all’obbligo di presentazione.
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Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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