Viterbo – Moglie e marito mi accolgono nella loro casa alla periferia di Viterbo. L’intenzione è quella di realizzare un’intervista intorno al trasporto della macchina di Santa Rosa: esperienze, ricordi, aneddoti e diverse altre cose curiose.
Le pareti del soggiorno sono tutte tappezzate da cimeli conseguiti in oltre mezzo secolo di fedeltà alla tradizione e al culto della santa patrona di Viterbo: la foto con papa Giovanni Paolo II, medaglie, diplomi, targhe, riconoscimenti, foulard e il “prezioso” ciuffo numero 44. Praticamente un museo. Manca poco all’ora del pranzo e sui fornelli accesi è a cuocere il sugo con la carne. Un profumo di buona cucina, dunque, allieta le nostre chiacchierate.
Claudio Graziotti, facchino della macchina di Santa Rosa Volo d’Angeli dal 1968, dopo il doloroso “fermo” in Via Cavour, si presenti…
“Mi chiamo Claudio Graziotti ma tutti mi chiamano Lolly. Questo è un soprannome simpatico che mi porto dietro da quando ero ragazzo, e non so bene perché gli amici me lo hanno messo, comunque a me fa piacere. Sono nato il 27 maggio 1946 e dal 1975 ho lavorato alle dipendenze del comune di Viterbo per 32 anni. Prima avevo lavorato, come operaio stagionale, presso il Consorzio Agrario Provinciale di Viterbo. Qui c’era la cosiddetta “Carovana facchini”, dove c’era anche Nello Celestini, che comprendeva diversi operai forti che portavano la macchina di Santa Rosa. Un giorno li accompagnai alle prove di portata, la superai in modo egregio, e Giuseppe Zucchi mi prese a fare il facchino”.
Fu arruolato a fare il facchino così, su due piedi?
“Si mi presero subito. Io sono stato Facchino dal 1968. Ricordo insieme a me: Svardino, Birichella, Lampa, Tobia, Mario “Petone”, mio padre Salvatore Graziotti e mio zio Pierino Graziotti. Quando feci la prova Giuseppe Zucchi mi disse: “io ho portato la Macchina insieme a tuo padre” e questa frase mi riempì d’orgoglio anche perché dopo la prova continuò a dirmi: “adesso vai a casa e fatti il vestito da facchino ma penso che già ce l’hai però!”. Iniziai a portare la Macchina come leva, poi a spalletta, e poi Zucchi mi inserì come ciuffo numero 44 e qui sono rimasto sempre, ad eccezione di qualche spostamento straordinario. In quei tempi ero in quinta fila ciuffi. Quando facemmo la prova di portata del traliccio, di mattina presto, caricato con i pesi sostitutivi al posto degli angeli di cartapesta, eseguimmo il trasporto da porta Romana al santuario e poi, smontata la parte superiore del traliccio, il giorno dopo ci caricammo di nuovo sulle spalle la base insieme al primo troncone e li riportammo dal santuario a porta Romana. Quante volte ho aiutato Zucchi a portare gli angeli di cartapesta dalla ex chiesa della Pace a San Sisto! Peppe dopo circa sei anni modificò la macchina ricavando spazio in altezza aggiustando le vasche, per aggiungere un’altra fila di angeli. La macchina era sempre alta uguale ma dall’aspetto più snello. Era bellissima e per lui ogni trasporto fu un trionfo di popolo. In quegli anni venne costituito il Sodalizio, lo statuto fu impostato in via del Repuzzolo nell’ufficio del ragionier Rosario Scipio e poi completato in viale Bruno Buozzi nella ex discoteca Snoopy perché un buon numero di facchini abitavamo al quartiere Pilastro e fu facile ritrovarci in questo posto. Erano bei tempi! Mi ricordo con piacere l’elettricista Ugo Cornacchia, che ha curato l’illuminazione di diverse macchine di Santa Rosa, e anche Alfredo Alunni che era un grande amico, non ha portato mai la macchina di Santa Rosa, ma curava alla perfezione tutta l’organizzazione specialmente quando c’era da trasportare il cuore di Santa Rosa in processione”.
Poi è stato facchino anche con Spirale di Fede…
“Sì, certamente. Ricordo che quando si costruiva la macchina Spirale di fede, a San Sisto c’era il guardiano, si chiamava Cencio Pierini, che dormiva sotto la macchina in costruzione e ci dormiva anche quando era ferma in largo Facchini di Santa Rosa dopo il trasporto. Spirale di fede si montava dall’alto in basso: si montava prima la statua di santa Rosa in alto con un tronco di spirale attaccato e poi si scendeva con gli altri pezzi che si montavano ad incastro, su quello superiore già montato, fino ad arrivare a poggiarsi sulla base. La base e il traliccio di Spirale di Fede sono stati gli stessi del Volo d’Angeli perché esisteva la regola che il nuovo costruttore poteva riutilizzare i pezzi della macchina precedente. La struttura della base di Spirale di Fede l’aveva realizzata, a regola d’arte, il falegname Calogero Blandino, un bravissimo artigiano, che aveva il suo laboratorio all’Ortaccio, tra la fine di via Cardinal La Fontaine e l’inizio di via San Pietro”.
Insomma quante macchine di Santa Rosa ha trasportato?
“Ho trasportato sulle mie spalle, ovviamente insieme a tutti gli altri facchini e tutti d’un sentimento, tre macchine: Il Volo d’Angeli (1968-1978), Spirale di Fede (1979-1985) e Armonia Celeste (1986-1990). Ho partecipato anche a due trasporti straordinari: il 9 luglio 1983 in occasione del 750° anniversario della nascita di Santa Rosa e il 27 maggio 1984 Spirale di Fede alla presenza di papa Carol Wojtyla”.
Tra i trasporti più difficili quali ricorda?
“Sicuramente quello del 1986 quando all’arrivo su a Santa Rosa si sfiorò la tragedia. La macchina sbandò in modo drammatico e, anche per colpa di comandi dati in modo sbagliato, una parte significativa di facchini si trovarono a passare sui gradini del sagrato del santuario. Quest’ultimi, con le ginocchia piegate, non potevano più esercitare la spinta di sollevamento e la macchina di Santa Rosa si inclinò pericolosamente e sembrava che da un momento all’altro potesse cadere addosso al pubblico facendo una strage. Per fortuna il capo facchino Nello Celestini non si perse d’animo e riuscì, dando i comandi giusti e con molta fatica, a far rimettere dai facchini la macchina sui cavalletti. Fu veramente un momento difficile. Un’altra volta con la macchina Spirale di Fede di Valeri c’era il facchino Ferrero che stava a spalletta, e quasi a trasporto finito, mentre facevamo la salita di Santa Rosa di corsa, dopo aver superato di 4 o 5 metri l’incrocio con la via che va alla casa della santa, cadde a terra e dietro di lui inciamparono e caddero anche altri 4 o 5 facchini. Praticamente ci venne a mancare il sostegno importante di alcuni Facchini nella parte destra della macchina, che comunque, grazie a santa Rosa riuscì ad arrivare ugualmente in cima”.
Poi una volta finito di fare il facchino cosa ha fatto?
“Dal 1991 ho aiutato il costruttore Battaglioni nella realizzazione di Sinfonia d’Archi e in tante altre operazioni durante il trasporto. Io sono sposato con Fernanda Mariano nata nel 1940 e lei ha partecipato insieme a me, come cuoca, alle prime cene in piazza che si tenevano prima in piazza del Gesù, poi in piazza san Lorenzo ininterrottamente fino al blocco dovuto al Covid”.
Adesso cosa fa? Di che cosa si occupa?
“Io sono pensionato ma mi sento ancora facchino, sempre facchino, per tutta la vita facchino, e potrei mettere a disposizione i miei ricordi, la mia esperienza, a favore della collettività. Se faccio i conti mi accorgo che ho dedicato circa 53 anni della mia vita alla macchina di Santa Rosa. Anche mia moglie Fernanda ha partecipato come cuoca a tutte le cene da piazza del Gesù fino a piazza San Lorenzo. Eravamo tutti affiatati, eravamo come un’unica famiglia. Io ho molti ricordi, per esempio, essendo stato un “ciuffo” conosco tutti i punti dove vengono le accollate forti: quando si gira in piazza Fontana Grande, la girata di piazza del Comune, alla fine di via Roma, poi al Suffragio e tutto il corso Italia fino a dopo la chiesa di Sant’Egidio perché fino a questi punto il numero dei Facchini che porta la macchina di Santa Rosa è ridotto a causa della larghezza del corso. Conosco tantissimi altri segreti del trasporto della macchina di Santa Rosa! Meno male che adesso è stata costituita l’associazione Ex facchini di Santa Rosa, io mi sono iscritto subito come socio fondatore, perché un uomo che ha portato con fede la macchina di Santa Rosa per tantissimi anni non può essere estromesso da tutto come se fosse diventato inutile e invisibile. Mi sento ancora facchino di Santa Rosa e mi ci sentirò per tutta la vita… come mio padre, mio zio e tanti altri”.
Intanto il profumo del sugo a cuocere è svanito e al suo posto è uno strano odore di bruciato. Tra una parola e l’altra il tempo è volato e non ci siamo ricordati spegnere i fornelli. Pazienza. Ci lasciamo con la promessa di riprendere il discorso entro breve tempo.
Silvio Cappelli
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