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Tribunale - Vittima un detenuto romano - Sarebbe stato percosso il 5 dicembre 2018, quattro mesi dopo la morte di Hassan Sharaf

“Picchiato da agenti in guanti neri dove non c’erano telecamere”, dieci penitenziari a processo

di Silvana Cortignani
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Polizia penitenziaria

Polizia penitenziaria

Viterbo – (sil.co.) – Al via nel tardo pomeriggio di ieri, davanti al giudice Jacopo Rocchi, il processo a dieci agenti penitenziari accusati di avere picchiato un detenuto.

Presunta vittima Giuseppe De Felice che il 5 dicembre 2018, quattro mesi dopo la morte di Hassan Sharaf, sarebbe stato barbaramente percosso dagli agenti all’interno della casa circondariale di Viterbo fino a perdere l’udito dall’orecchio destro.

Il giudice Rocchi, da poco arrivato a Viterbo, quando era gup presso il tribunale di Siena, il 17 febbraio 2019, ha condannato a pene superiori ai due anni, con lo sconto di un terzo del rito abbreviato, dieci agenti di polizia penitenziaria per fatti qualificati come tortura, commessi nell’ottobre 2018 nel carcere di Ranza, a San Gimignano.


Aggressione denunciata dalla moglie 

La feroce aggressione, diventata un caso nazionale, fu denunciata a un esponente del partito radicale dalla moglie di De Felice, un 35enne romano fino a un mese prima recluso nel carcere capitolino di Rebibbia. Le indagini,  coordinate dal pm Stefano d’Arma della procura della repubblica di Viterbo, sono sfociate in dieci richieste di rinvio a giudizio per lesioni personali aggravate, e per tre di loro anche calunnia e falso, a carico di tutti i poliziotti coinvolti nella vicenda. Gli indagati sono difesi dagli avvocati Roberto Massatani e Marco Valerio Mazzatosta. 


“Con fare spavaldo usciva dalla propria stanza”

De Felice avrebbe subìto prima un’irruenta perquisizione della cella, poi sarebbe stato portato vicino alle scale, dove non ci sono telecamere, e qui pestato a sangue dai poliziotti. Un’azione di contenimento secondo gli imputati.

“Si scagliava fisicamente verso i sottoscritti, rei a suo parere di avergli fatto degli abusi”, si difendono gli imputati. “Onde evitare che la situazione degenerasse – si legge nella relazione di servizio del sovrintendente – ordinavo (…) di prelevare il detenuto dalla propria stanza di pernottamento per allontanarlo dalla sezione IV B, mantenendo così l’ordine e la sicurezza all’interno della stessa. De Felice, con fare spavaldo e arrogante usciva dalla propria stanza (…)”.

E ancora: “Si rendeva necessario bloccare le braccia del detenuto e portarlo a forza in modo coatto alla locale infermeria (…) nonostante il nutrito numero di agenti è occorso uno sforzo non indifferente per bloccare il detenuto che, con tutta la sua forza, sfruttando la sua importante mole fisica, aveva messo in atto un’importante azione attiva di aggressione (…)”.


“Hanno calpestato la foto che ritraeva noi due”

“Gli hanno perquisito la cella, messo a soqquadro tutto e hanno calpestato la foto che ritraeva noi due – ha raccontato la moglie – mio marito ha reagito urlandogli contro, prendendoli a parolacce”. A suo dire, il marito le avrebbe raccontato che gli agenti avrebbero indossato dei guanti neri e una mazza bianca per picchiarlo: “Lo hanno portato in infermeria, ma senza visitarlo, dopo di che lo hanno messo in isolamento per un’ora”.


“Aggressione premeditata in luoghi senza videocamere”

L’accusa a loro carico è di avere “in concorso tra loro e con premeditazione, abusando della qualità di ciascuno rivestita di agente del corpo di polizia penitenziaria in servizio presso la casa circondariale di Viterbo, approfittando di circostanze tali da ostacolare la privata difesa (quali lo stato di detenzione delle vittime e l’assenza di videocamere nei luoghi in cui si sono svolti i fatti), percosso De Felice, cagionando allo stesso lesioni personali e segnatamente, tra l’altro, “edema condotto uditivo dx e trauma costale, contusione toracica destra”. 

Silvana Cortignani


Presunzione di innocenza

Per indagato si intende semplicemente una persona nei confronti della quale vengono svolte indagini preliminari in un procedimento penale.

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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28 settembre, 2023

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