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L'irriverente - Come vissero quel tempo due grandi della Tuscia, un poeta e un cardinale

Prima che finisca questo settembre degli ottant’anni dallo storico giorno 8 nel 1943…

di Renzo Trappolini
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Vincenzo Cardarelli

Vincenzo Cardarelli

Viterbo – Prima che finisca questo settembre degli ottant’anni dallo storico giorno 8 nel 1943, quando, nonostante la pavidità dei governanti, gli italiani di ogni parte iniziarono il travaglio per la generazione democratica della nazione, un ricordo di come vissero quel tempo due grandi della Tuscia, un poeta e un cardinale.

Vincenzo Cardarelli di Tarquinia, “il più grande poeta morente”, come lo chiamavano per gli acciacchi e “le sempre più cattive condizioni finanziarie e morali”  di cui non mancava di  lamentarsi e Carlo Salotti, figlio di un artigiano  di Grotte di Castro, cardinale di ” un portamento principesco tale che avrebbe potuto essere un grande attore nei panni di un arcivescovo”,  secondo Andreotti.

Il poeta, allora sulla cinquantina, viveva da malato vero e anche un po’ immaginario passando da una casa ad un’altra e, nel suo cospicuo epistolario ( raccolto anni fa dalla Provincia di Viterbo in tre volumi di quasi millequattrocento pagine),  dei fatti politici e militari dell’epoca pare voler riferire solo delle conseguenze, limitate però al suo immediato particolare. Come quando, alla parente Assunta dice di essere “contento che tu sopravviva e resista impavida ai feroci bombardamenti che martorizzano Napoli”, dove lei viveva e al  saggista Giuseppe De Luca lamenta che di lui “la liberazione di Roma ha fatto uno sfollato, un senza casa che soffre la fame perché si mangia poco e male”. Nel 1945, però, confesserà all’editore Mondadori di non poter aderire al comunismo, anche se  lo “stimo come solo mezzo di riacquistare la nostra indipendenza, perché non sono mai stato borghese, ma la coscienza che  ho della irreparabile sventura in cui siamo caduti mi impone di assumere nel campo intellettuale italiano un atteggiamento da mantis religiosa”,  una sorta di attesa meditativa, e il 24 aprile del 1946 a Bruno Blasi di Tarquinia confermerà l’orientamento avvisandolo che, se vorrà conoscere i suoi rapporti con la politica, dovrà leggerne gli  articoli  “purtroppo” sul Giornale della sera ” col quale avevo leticato…ma è un giornale che paga”. Carmina non dant panem. Con la poesia non si mangia, ma Cardarelli restò sempre  libero come poeta  e come uomo, non intruppandosi nella massa di intellettuali che, dopo il settembre del ’43, passarono dalla difesa della razza all’internazionalismo militante.

E la cosa ci inorgoglisce come conterranei di questo intellettuale tanto virilmente etrusco quanto timoroso delle malattie da stare pure a ferragosto con cappotto, sciarpa, guanti e sul petto, sotto le maglie di lana, un giornale piegato in quattro, come allora usava contro il freddo. Dicono che quando, dopo la morte, lo spogliarono, ne trovarono uno. In pagina, questo titolo: “Parla il Duce. Adunata oceanica”,  ma si era ormai al 18 giugno 1959.

Il cardinale Salotti di Grotte di Castro, invece, a chi nel giorno del suo compleanno, il 25 luglio, gli faceva gli auguri, disse che questa data gli  ricordava quella del 1943, quando la radio annunciò ” la caduta del regime tirannico. Quella sera dimenticai il numero dei miei anni e sul diario scrissi: giorno della rinascita della patria”.

Per lungo tempo fu oggetto di attenzione e rapporti della polizia segreta, oggi consultabili. Forse per riparare a tanta non sempre giustificata curiosità negli anni del regime ed anche dopo, l’Assemblea Costituente, nella seduta del 27 ottobre 1947,  lo  commemoro’ solennemente  come “audace e tenace difensore delle libertà civili”.

A Montefiascone, dove era stato tra gli animatori della prima Democrazia Cristiana, quella di Romolo Murri, nel 1958 fu intitolata a lui la Scuola di Arti e Mestieri costruita  in un appezzamento di terreno già suo. Un’iniziativa formativa tanto rimpianta quanto oggi ancora più necessaria e ovunque.

Renzo Trappolini


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26 settembre, 2023

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