Viterbo – Qui da noi siamo disabituati alla guerra. Figuriamoci ai cambiamenti dei modi di farla. A “I Pirati della bellezza” il ministro degli esteri Tajani ha detto che i terroristi di Gaza non maneggiavano solo armi. Infatti, riprendevano con le telecamere sui caschi perché oggi si combatte così. Per mostrare e, quindi, provocare reazioni tanto più violente quanto più atroci sono le azioni riprese, puntando al massimo di indignazione del mondo internettiano per le risposte di Israele.
Ci sono ancora da noi quelli che hanno conosciuto la guerra dai racconti dei nonni che andarono a combattere lontano da casa, al fronte: masse di soldati una contro l’altra, ma con la divisa di un altro colore, come il Piero di De André.
Era agli inizi del novecento e poche decine d’anni dopo arrivò la seconda guerra, mondiale come la prima. Meno trincee, più città bombardate e civili ammazzati. Poi, la pace e la guerra trasmessa in tv con i commandos nelle paludi del Mekong al posto degli eserciti. Scene rimaste in memoria anche per la serie infinita di film americani su incursioni e reduci del Vietnam.
All’inizio di questo secolo, la guerra delle torri di New York: atto di pochi contro la maggiore potenza del mondo e con un mezzo di pace quale era l’aereo di linea fatto schiantare sulle Twin Towers. Una novità per il nostro immaginario bellico individuale e collettivo.
A febbraio dell’anno scorso, la Russia invade l’Ucraina come si faceva una volta, ma per tutti – dagli aggressori agli altri che sapevano e tutto sommato consentivano – doveva essere una guerra diversa. Poche mosse come negli scacchi: file dei carri armati, qualche esplosione, il terrore della popolazione, la caduta del governo impreparato e nuovi capi più disponibili verso le politiche e gli affari degli invasori. Così pareva, ma la resistenza degli ucraini e la riprovazione dell’opinione pubblica occidentale la trasformano in occasione per regolare i conti tra i potenti del mondo.
Infine, il 7 ottobre. All’improvviso, di soppiatto, là dove le guerre ci son sempre state e dove la perizia militare e di intelligence dell’aggredito non ha pari, un manipolo di terroristi senza terra aggredisce Israele, il quale reagisce come si fa in una guerra normale.
In rete si trova un dibattito fra esperti di strategia militare, web ed intelligence, i professori Apora e Di Nunzio con il generale Umberto Rapetto, che ne discutono sotto un titolo originale “Il mito di Polifemo in terra santa”, perché, spiegano, Hamas, come quelli delle Torri Gemelle, assalta popoli con territori non avendo una terra su cui gli altri possono rivalersi, cosicché gli aggrediti rischiano di doversela prender con “Nessuno” come il ciclope. Hamas ha infatti i capi altrove e la manodopera nelle catacombe sotto Gaza che, se verrà distrutta, viene il sospetto che, tutto sommato, poco possa importargliene. Non è la sua terra, i suoi adepti solo fedeli della Shari’a, combattenti in ogni parte del mondo per assicurare agli altri, tutti, il beneficio della fede e a sé la ricompensa per avergliela portata.
Diceva Gorbaciov: “Non è facile mettere d’accordo gli arabi” e Yitzhak Rabin – il primo ministro israeliano insignito del premio Nobel per la pace insieme al predecessore di Hamas, Yasser Arafat dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina – venne assassinato da un connazionale estremista due mesi dopo un accordo tra palestinesi ed ebrei.
Che succederà? Nulla di diverso da quel che succede nelle guerre a cui siamo disabituati. Atrocità su cose, animali e persone, bambini compresi, come fu per i figli dei palestinesi di Betlemme trucidati da Erode.
In quel convegno, Rapetto ha lanciato una provocazione: “E se gli israeliani armassero i palestinesi, quelli veri, quelli che stanno lì, sul territorio?” Suggestivo. Peccato che non c’è più un Arafat.
Renzo Trappolini
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