Viterbo – “Non ci sono imprenditori disposti a investire sul teatro Unione”. L’assessore alla Cultura Alfonso Antoniozzi è costretto a fare i conti con una dura realtà: “Senza soldi non si va da nessuna parte”. E il sogno di una fondazione e un teatro che produca spettacoli e dia posti di lavoro resta un sogno. La realtà è un’altra.
Viterbo – Il teatro Unione
La tanto criticata Atcl, che fornisce il cartellone alla struttura di Viterbo e non solo, si è rivelata una manna dal cielo. “Vorrei che il teatro diventasse un ente produttivo – spiega Antoniozzi rispondendo alla consigliera Ciambella (Per il bene comune) – ma non ci sono soldi. Posso continuare all’infinito a dirlo, ma se sul territorio nessuno è interessato a metterci soldi, non si fa nulla.
Non è possibile che non ci sia uno disposto a investire per trasformare il teatro in un generatore di posti di lavoro, generatore d’arte e cultura”. Producendo spettacoli, si occuperebbero non solo gli attori in scena, registi e altro, ma anche la manovalanza. Con un indotto interessante, senza dimenticare lo spessore culturale, ben diverso dalla situazione attuale. Che però, si è rivelata vincente e a distanza d’anni, Antoniozzi deve convenire con la scelta dell’allora amministrazione Michelini.
“Atcl era una soluzione che non amavo nell’ottica di un teatro produttivo, ma lavora benissimo. Prende a se tutte le alzate del teatro. Lavora in modo egregio e potrebbe continuare a collaborare anche nel caso in cui si riuscisse a mettere in piedi la fondazione. Nella nostra situazione è una mano santa”.
Anche fuori dal teatro. “Affidando ad esempio l’organizzazione del concerto di Capodanno, libero gli uffici che altrimenti non avrebbero potuto occuparsi dell’ordinaria amministrazione”.
Si va avanti così, sperando in qualcuno di buona volontà. “A Viterbo gli imprenditori si svegliassero – continua Antoniozzi – chiunque fosse intenzionato a investire sull’Unione, trova le porte dell’assessorato sono aperte, ma fino a quando non succede, Atcl non si schioda. Perché diversamente significherebbe chiudere il teatro”.
Giuseppe Ferlicca
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