Viterbo – Se ne parla già meno, anche perché il diavolo (ammesso che l’abbia ispirato un qualche satanasso “sicofante”, come veniva definita certa gente dei servizi segreti) fa le pentole ma non i coperchi. Così, l’incauta telefonata in inglese della presidente del consiglio con due comici di lingua russa, che si fingevano africani, ha rivelato che al governo sanno della “stanchezza” per il conflitto in Ucraina, comune, peraltro, non solo alla maggioranza degli italiani ma degli europei e perfino a buona parte del congresso americano. Ex malo bonum, un bene dal male, per la Meloni.
Resta, però, che qualcosa non ha funzionato nelle linee di palazzo Chigi, siano, i telefonisti, dei buontemponi dei varietà televisivi russi, oppure, come è lecito pensare quando si arriva a parlare col vertice di uno stato, operatori che recitano su copioni seguiti pure con altri governanti.
Qualcosa che, comunque, non è la prima volta che accade. Durante un altro brutto periodo per la pace mondiale, quello della guerra nel Vietnam, ci fu Giorgio La Pira, sindaco di Firenze e deputato, che – come aveva fatto a Mosca con i capi del Cremlino, cui portò in dono immaginette della Madonna – riuscì ad arrivare ad Hanoi e parlare col capo dei vietnamiti, Ho Chi Min, ottenendone una ipotesi di pace. La Pira teneva informato di tutto il nostro ministro degli esteri, in quel periodo anche presidente dell’ONU, Amintore Fanfani. La moglie di questi, però, rispose positivamente alla telefonata di una signora la quale “fingendosi anima in cerca di redenzione” – racconta Romano Prodi – ottenne un colloquio con La Pira e con lei sull’argomento, senza che dal ministero o dall’ONU fossero prima svolti opportuni accertamenti. L’interlocutrice si rivelò essere la giornalista Gianna Preda solo quando Il Borghese pubblicò i particolari della missione. Fanfani dovette dimettersi e la pace ritardò di otto anni.
E come non pensare al flop della ricerca del corpo dell’onorevole Moro nel lago della Duchessa, dopo la telefonata di “voce maschile con accento romanesco” da cui l’indagine scaturì? Al ministero dell’interno la presero per buona, la televisione seguì quasi in diretta le immersioni dei ricercatori e pure Moro fu informato del prematuro annuncio della sua morte per suicidio.
Andando più lontano nel tempo, basterebbe ricordare le conseguenze dell’assenza di preventivi accertamenti dell’identità di un papa che si rivelò poi essere donna, la papessa Giovanna. E che dire del re e dei capi di Troia? Nonostante Cassandra e Laocoonte li scongiurassero, non andarono a verificare cosa fosse quel dono lasciato dai greci davanti alle porte Scee e si sa come finì il brutto scherzo del cavallo.
Uno che di certi scherzi ne deve aver visti, Andreotti, parlando in Commissione P2 di un tale dottor Foligni – il quale voleva fare un partito in accordo con varie ambasciate e in particolare con la Libia – rivelò che quando costui gli mandò una richiesta di intervista per un giornale di Boston che non aveva mai sentito nominare: “per prudenza presi informazioni e non gli ho mai dato una risposta”. Come, tempo prima, aveva fatto per un’altra lettera del Foligni. “Ma lì fu più facile, dato che l’indirizzo del mittente era via della Lungara, 29, il carcere di Regina Coeli”.
Renzo Trappolini
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