Renzo Trappolini
Viterbo – Da quando, nel 1978, fu istituita la legge Finanziaria per definire le spese e le entrate pubbliche in relazione agli obiettivi che il governo si prefigge, di scioperi generali indetti dalle grandi confederazioni Cgil, Cisl, Uil ce ne sono stati, ma, in genere con durata oraria limitata. Diversamente dalle astensioni dal lavoro per temi, obiettivi e interessi specifici.
Durante la discussione dell’articolo 40 della Costituzione che rimanda la regolamentazione del diritto di sciopero alla “legge”, cioè al parlamento – il quale, come si sa, è piuttosto restio qui e sui partiti politici – il deputato Giuseppe Belotti propose che “in ogni caso” l’astensione dal lavoro avrebbe dovuto essere “decisa in base a votazione libera e segreta degli iscritti al sindacato e a maggioranza dei votanti” e che fosse vietato lo “sciopero generale politico”.
Ma i problemi di oggi c’erano anche allora e il Belotti dovette ritirare le sue proposte che, approvate o no avrebbero, oggi potuto far comprendere quale fosse, in materia, l’orientamento del Costituente. Teniamoci, perciò, i tira e molla che vediamo e lasciamo che a proclamare uno sciopero generale possano essere anche sindacati con iscritti che si contano più o meno sulla punta delle dita e che gli obiettivi siano talmente generici da rendere le iniziative quantomeno inutili.
L’inflazione delle proclamazioni, unite alla scelta da marketing del giorno in cui protestare, vanifica, alla fine, l’irrinunciabile valore democratico ed umano del diritto e la stessa credibilità della rappresentanza, quando, oltre tutto, la maggioranza degli iscritti ai sindacati è formata da chi non lavora più, dai pensionati.
Dicono che più che sindacali le ragioni di certi scioperi sarebbero politiche, finalizzate, cioè, a intenti e ruoli di parte con lo sguardo al possibile rimpiazzo di quanti al momento governano o siedono in parlamento.
Succede, ma i grandi sindacalisti del passato aderenti al partito che più stretti aveva i rapporti con i lavoratori, il Pci, difendevano l’autonomia delle loro scelte e l’incompatibilità delle funzioni parlamentari e di sindacato fu una decisione coraggiosa e utile a tutti.
Non è stato e non sarà facile dipanare la matassa di queste materie. Quando alla guida del sindacato, allora unitario, c’era il comunista Giuseppe Di Vittorio, molto amato dai lavoratori, uno sciopero generale venne proclamato a sua insaputa. Si trovava in America, infatti, quando fu attentato alla vita del leader del Pci Palmiro Togliatti e la reazione popolare rischiava di trasformare quello sciopero in insurrezione con scontri sanguinosi che avvennero sull’Amiata, a Taranto e, da noi, a Civita Castellana. Sarebbe stato facile per Di Vittorio mettersi a capo della rivolta e poi raccoglierne i frutti. Non lo fece, lo sciopero generale fu revocato e sindacalisti e politici, ognuno nel proprio ambito di competenza, salvarono la democrazia in Italia.
Renzo Trappolini
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