Renzo Trappolini
Viterbo – Quelli della mia età, la terza, cantando con Joan Baez e Morandi la storia del ragazzo mandato a morire nel Vietnam, volevano lo stop alle armi e si commovevano al pensiero della vedova di guerra alla quale “accanto nel letto rimaneva solo la gloria di una medaglia alla memoria”. Movimenti, sindacati, partiti, istituzioni, protestando in massa, costringevano governi e parlamenti a tener d’occhio l’industria bellica e chi la finanziava, con conseguente, seppur poco entusiasta, maggiore prudenza dei banchieri.
Cinquant’anni dopo, i ministri della difesa dell’Unione Europea riuniti nel board dell’Aed rilasciano una dichiarazione congiunta per chiedere ulteriori maggiori finanziamenti pubblici e privati al comparto degli armamenti e per la presidente del consiglio italiano è “essenziale rafforzare la base industriale della difesa”, come ha detto a Montecitorio, il luogo in cui il 29 marzo 1939 “Sua Maestà il re e imperatore” aveva parlato di “avvenire del popolo italiano garantito dalle armi”.
Ha forse ragione lo scrittore umorista Michele Serra a sostenere che il mondo è sempre stato tremendo. “Un casino” lo correggeva Corrado Augias su La 7. Ieri, infatti, le banche venivano costrette a rinunciare a buone fette di profitti riducendo i finanziamenti militari per ragioni di buona reputazione sociale. Oggi, tornano all’altro ieri e fanno impieghi per quasi cento miliardi in armamenti destinati a paesi in cui è alto il rischio che vengano usati contro i civili.
È stato detto che con la guerra guadagnano i fabbricatori di armi, ma non solo loro. Ci sono in giro una sessantina di guerre e se le più raccontate, quelle in Ucraina e in Israele, hanno già fatto migliaia di morti, quante sono le armi prodotte e vendute per fare questi eccidi? Quanti profitti anche finanziari hanno generato?
Chi ora sta nei luoghi in cui si decidono e gestiscono queste cose, probabilmente in gioventù si è commosso cantando per il Vietnam ed avrà pure sfilato contro gli Usa o la Russia che invadeva Praga. Avrà gioito quando una commissione parlamentare venne istituita per capire come fu che, nel 1989 ad Atlanta, la modesta filiale statunitense della più grande banca di proprietà dello stato italiano finanziasse con qualche miliardo di dollari il riarmo dell’Iraq di Saddam Hussein.
Più di due anni impiegò il senato per venire a capo di quanto, lontano da Roma ma vicino a Washington, era accaduto, concludendo che nella “vicenda la frode bancaria (di cui non era responsabile la dirigenza romana dell’istituto, come riconobbe anche la giustizia americana) non è che un elemento, forse secondario, di più vasti disegni”. A riprova di come si possano aggirare e superare confini e ordinamenti per guadagnare a dispetto di tutto e di tutti.
Nell’occasione, i parlamentari si interessarono anche a me, perché – scrissero al paragrafo 13.1 del dossier – prima di quei fatti e per approfondire i termini di una gara internazionale di gestione del denaro occorrente alla costruzione di uno speciale armamento di difesa multilaterale, avevo “inviato in missione” negli Stati Uniti il funzionario che in precedenza aveva assunto il direttore della filiale di Atlanta. La banca italiana concorse alla aggiudicazione di quella tesoreria e quindi dei soldi impegnati anche dall’Italia. Pare abbia fatto una buona offerta, ma partecipavano pure gli Usa e, si sa, ubi major…A riprova, appunto.
Renzo Trappolini
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