Viterbo – Saranno pure infallibili nelle loro cose, ma quando in Vaticano scelgono gli esperti da cui farsi consigliare negli investimenti delle elemosine dei fedeli non sempre indovinano. I consulenti nominati dal sostituto della segreteria di Stato, Angelo Becciu, hanno fatto perdere alle opere di religioni cifre enormi con conseguente condanna al carcere anche del cardinale.
Anni prima, quando dalle parti di san Pietro decisero di vendere i pacchetti azionari già acquistati con i riconoscimenti in denaro fatti dallo Stato italiano in sede di patti lateranensi – e perché il governo Moro, nel 1968, aveva preteso il pagamento della “cedolare”, le imposte, cioè, sui relativi dividendi – pensarono bene di affidarsi alla esperienza ed abilità di uno come Michele Sindona.
Trattò con lui il nostro conterraneo monsignor Sergio Guerri di Tarquinia, che Paolo VI – il quale aveva conosciuto Sindona da arcivescovo di Milano – incaricò di vendere le partecipazioni di controllo in varie imprese come Ceramiche Pozzi, Molini Pantanella, Condotte Acqua e soprattutto la potentissima Società Generale Immobiliare che aveva costruito, oltre a tanti quartieri di Roma, opere importanti in ogni parte del mondo.
Anche il famoso albergo Watergate di Washington, il cui appalto fu ottenuto per interessamento della famiglia cattolica Kennedy e dove si consumò lo scandalo delle intercettazioni che, nel 1972, portò alle dimissioni da presidente degli Stati Uniti di Richard Nixon, in precedenza battuto alle elezioni proprio un Kennedy, Jhon Fitzgerald.
Guerri non riuscì ad accordarsi con Sindona, che aveva assunto anche il ruolo di compratore, ma lo promossero cardinale e la trattativa venne conclusa dal successore monsignor Caprio, con un piano di versamenti dilazionati che però non lasciava tranquillo il prelato, il quale, pensando alla carriera del predecessore, si consolava: ”Se Sindona non dovesse pagare…vorrà dire che mi faranno cardinale”.
Il finanziere, invece, pagò e l’operazione lo portò a stringere quel chiacchieratissimo rapporto con monsignor Marcinkus, presidente dello IOR, che tanti guai procurerà non solo al Vaticano. L’incenso respirato nelle sacre stanze, infatti, non lo aveva immunizzato dal delirio di onnipotenza e dalla spregiudicatezza che lo fecero condannare dai tribunali di qua e di là dall’Atlantico per bancarotta, mafia e perfino assassinio.
Finì nel carcere di Voghera dove, il 20 marzo 1986, appena bevuto il caffè da un bicchierino di plastica che si era portato in bagno, stramazzò suicida o suicidato e chi ha messo il cianuro nel caffè resta ancora un mistero. Come il perché nei sacri palazzi, ma anche in America e in Italia (“il salvatore della lira”), si affidarono a questo commercialista salito dalla Sicilia a Milano per poi scendere nelle segrete del Vaticano grazie anche alla raccomandazione di uno zio acquisito, il maggiore latinista dell’epoca mons. Amleto Tondini.
Comunque, il Vaticano, al termine delle operazioni con lui, dovette registrare una perdita di 17 miliardi di lire, ma negli anni successivi – annota il principe dei vaticanisti italiani, il giornalista e studioso Benny Lai – “l’investimento all’estero delle somme ricavate incrementò il patrimonio in maniera marcata”. Allora non ci fu alcun processo e anche monsignor Caprio fu fatto cardinale.
Altri tempi, stessi errori ma conseguenze diverse. Ieri, il cardinalato per liberare un posto. Oggi, la degradazione in diretta di un porporato, il processo dentro le mura anziché, com’era prassi, deferito a tribunali italiani, una sentenza “In nome di sua Santità Francesco felicemente regnante, invocata la Santissima Trinità…” e la riapertura delle prigioni fatte costruire da Pio XI nel 1929.
Renzo Trappolini
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