Viterbo – Incominciamo da loro, i frati Cappuccini, sui quali faccio un ferma-immagini nell’immediato dopoguerra, quando era ancora in piedi il vecchio convento cinquecentesco di San Paolo, poi demolito per l’attuale costruzione del 1964. Agli inizi del Settanta del secolo scorso si è anche proceduto alla ristrutturazione della chiesa con la rimozione del muro divisorio tra l’aula sacra e il coro su cui erano addossati nel retro un organo a mantice e nel fronte l’altare maggiore pre-conciliare sovrastato da una grande tela cinque-seicentesca di Francesco di Castello raffigurante la Madonna con Bambino, angeli e santi.
Dal 1944 al 1964 ho conosciuto diversi frati, tra coristi, seminaristi e conversi: p. Bonaventura (parroco pro-tempore), p. Camillo (v. parroco), p, Virgilio (v. parroco), p. Luigi (figura ieratica), p. Daniele, p. Teodoro (animatore del coro), p. Francesco, p. Agnello (predicatore), p. Ugolino (pittore), p. Filippo (cappellano dei facchini di santa Rosa), p. Flavio, p. Luciano, p. Ernesto (guidava il calesse trainato da un vecchio cavallo per raggiungere il convento di S. Antonio alla Palanzana) , p. Silvio, p. Enrico (giocava a pallone scalzo), p. Mariano, p. Isidoro, p. Carlo, p. Ubaldo (più volte Provinciale dell’Ordine), p. Rinaldo (studioso e ricercatore), p. Eugenio (nel 1964 benedisse le mie nozze con Iole Valeri) e p. Arcangelo con cui andavo a servire la messa nella chiesa dell’istituto delle suore Beata Angelina prodighe di meringhe e pasticcini, post celebrazione, fatti in casa.
In quell’istituto nel 1946 ho fatto il ritiro della prima Comunione (poi ricevuta il 12 maggio di quell’anno nella chiesa del convento) sotto la guida di una severa suor Rita. Come chierichetto accompagnavo spesso i frati alla benedizione pasquale delle case dopo la sciolta delle campane. Il convento ospitava anche alcuni conversi tra cui il cuoco (insuperabile la sua pasta e fagioli che profumava tutto il convento , l’elemosiniere fra’ Fedele (nella bisaccia aveva sempre una manciata di caramelle per i più piccoli), il portiere fra’ Peppone (piuttosto burbero) e l’ortolano fra’ Federico che trasformava la terra in frutta e verdura e l’uva di vigna in vino.
In quegli anni di dopoguerra, chiesa e convento svolgevano anche le funzioni di parrocchia con tanto di oratorio nei vari locali adiacenti al chiostro. Fra questi si apriva il salone realizzato nel 1948 nello spazio della vecchia sacrestia con un ciclo di affreschi metà anni Cinquanta eseguito da p. Ugolino da Udine sulla vita di San Francesco.
E’ lì che si facevano riunioni, pranzi per i poveri e vari spettacoli musicali e teatrali tra cui uno di successo chiamato “Cappuccinissimo”. Io ero il presentatore (Fred Buonanotte) ed alcuni amici, Peppe Poli, Vittorio De Simone, Giorgio Capo, Giorgio Zuccaro Labellarte, Franco Iovenitti, Claudio Di Gregorio ed altri animavano sketch e brevi parodie musicali, tra cui una sull’Inferno dantesco. Accompagnava il tutto un’orchestrina, già collaudata, con Elio Napoli (fisarmonica), Adorno Bugiotti e Giorgio Ricci (tromba), Siro Macili (mandolino), Elio Piscopello e Sergio Pizzichetti (batteria), il cantante Andrea Migliaccio ed altri.
Addetti alla nostra “custodia” e ai nostri giochi (pallone soprattutto, nel campetto del bosco retrostante il convento dove pascolavano i maiali) erano padre Camillo e successivamente padre Virgilio. Per aver disertato una funzione del vespro, venni sospeso tre giorni dal bosco. Fu mia madre a piatire la riduzione della pena. Un giorno rubai un albicocca dall’albero dell’orto.
Non trovai pace finché non lo dissi a padre Virgiio nel segreto della confessione. Tra i laici, amici e sostenitori del convento, si facevano notare per concrete collaborazioni in varie attività, il rag. Rosario Scipio e il rag. Gaetano Barili, animatori tra l’altro di iniziative ricreative, culturali e sportive come la costituzione nei primi anni Cinquanta del Gruppo Sportivo Helios (calcio e ciclismo), la sezione “Lupetti” dei boy scouts e la costituzione dell’associazione San Giorgio dedicata all’assistenza e alla beneficienza.
Erano molto partecipati i festeggiamenti di maggio-giugno per il beato Crispino cui offrivano concreti contributi molti abitanti del quartiere: a mente il cav. Marini, funzionario della Questura di Viterbo, il rag. Ascanio Botarelli, che preparava i palloni aerostatici, il dr. Lorenzo Civilotti direttore dell’allora Società di Elettricità, il generale Ugo Chiaravalli, il geom. Giulio Landi, Radames e Checco Ricci imprenditori edili, il rag. Aldo Carbonetti, Bettino Cesarini ed alcune signorine come Iole Orsalini, Augusta Botarelli, Annamaria Vaglio, Lucia Di Vita, Doretta e Iole Galeotti. Notevoli le manifestazioni del 1949 per la sosta ai Cappuccini della Peregrinatio Mariae con la tegola miracolosa della Madonna della Quercia.
La zona intorno alla salita dei frati che conduceva al convento era presidiata dalla premiata ditta di Anastasio Sassara (i suoi genitori Giuseppe e Tomassina gestivano in precedenza una bottega di alimentari in viale IV Novembre) e di Titta Trippanera, con le mogli Eleucadia e Ida.
Già nel 1946 avevano costruito con la ditta edile di Nicola Frangipane un primo fabbricato all’inizio di via Vicenza con un negozio di alimentari e verdure, cui seguirono il bar e la tabaccheria. Più oltre, a metà via Vicenza (non ancora completata), nei pressi dell’attuale pompa di benzina, si trovava il “Vino & Cucina” di Oscaretto Laurenti con la moglie Clara e i figli maschi Giannino e Marietto che, insieme a Lello e Mario Mancinelli del vicino palazzo a nave e ai fratelli Giorgio e Emilio Ricci, facevano parte, seppur da zona appartata, della “banda” dei ragazzi di viale IV Novembre. Oltre al sottoscritto, a memoria, ho davanti agli occhi i fratelli Iovenitti (Giovanni, Antonio, Vittorio e Franco), Francuccio ed Enrico Botarelli, Roberto e Rocco Trippanera, Rino Galli, Alfredo Alunni, Elio Napoli, Franco Spadaro, Ferruccio Castoldi, Ettore Carbonetti, Marcello Catarcini, Tito Salvati, Siro e Nello Macili, Geggio Meacci, Meco Chiarini, Nando Speranza, Romanino Caravello, Claudio Di Gregorio, Sergio Grossi, Umberto Cannonichetti, Romolo Scaramuccia, Giorgio e Sergio Barili, Peppe Poli, Elio Ragonesi, i fratelli Landi (Giulio, Ezio, Rinaldo, Carlo e Gianni), Miryio e Costantino Marini, Guido Vaglio, Umberto e Furio Orazi, Franco e Vittorio De Simone, Carlo Di Carlo, Goffredo, Giovannino e Angelo Ricci, Francesco ed Agostino Felli, Lucio Schiavotti, Ezio ed Elvio Rossi, Benito Grilli, Giorgio Capo, Giuliano Giordano, Roberto Pizza, Mauro Celestini, i fratelli Pollastrelli (Sandro, Lucio e Giuliano), Giorgio e Gianni Zuccaro- Labellarte, Giorgio e Sergio Barili, i fratelli Bruni (Aldino, Arnaldo e Brunetto), Pasqualino Martinelli, Angelo ed Elio Berni, Giorgio Casini, Angelo Pagliari, Alberto e Franco Costantini, i fratelli Magni (Mario, Bruno e Piergiulio), Giorgio Chicchrichì, Paolo Barbieri, Franco Bottini, Elio Napoli, Luciano Morelli. A parte ricordo “Umbertino gojo” (un minorato mentale che crudelmente prendevamo in giro) accompagnato sempre dalla zia e Iduino, una sorta di bullo, dall’aspetto aggressivo, vestito di nero con la frusta in mano. La zona di piazza Crispi al termine di viale IV Novembre era invece servita dal bar del sor Umberto e della sora Flora affiancato dal “Sale e tabacchi” della sora Angelina e dal negozio alimentari del sor Antonio Federici. Dietro l’angolo si trovavano la macelleria di Cencino Cencioni, la fruttarola sora Annetta, Riccardo il “calzolaro” e la pasticceria di Alfonso Antoniozzi senior.
La “giornalaia” di piazza Crispi al bivio con viale Raniero Capocci si chiamava Raniera e non era bella. Attraverso una doppia scala di peperino, consunto dal calpestio (una delle quali presidiata tutti i giorni da un mendicante cieco con il figlio), si scendeva a Porta della Verità per entrare “dentro Viterbo”. Oggi c’è un sottopassaggio pedonale.
Due punti vitali di viale IV Novembre erano l’istituto delle suore del Preziosissimo Sangue governato da suor Veronica e il Collegio Ragonesi accanto ad una spazio (dove oggi sorge un palazzo a fianco del cancello) in cui due sorelle attempate, armate di cartoccia pressavano la sabbia umida in grossi stampi di ferro per ricavarne tubi in cemento per l’edilizia. Accanto, fumava il forno a legna di Roberto Federici fratello del sor Antonio di piazza Crispi e Pierino, genero della “lattarola” di Porta della Verità, che cuocevano all’istante polli, conigli, agnelli, patate, pomodori col riso, crostate e ciambelloni (a Pasqua pizze, braconi e scarselle) portati da avventori in capienti testi.
Il Collegio Ragonesi gestiva con i fratelli Maristi in forma paritaria la scuola elementare, la media e il liceo scientifico, con alunni sia in convitto che esterni. Tra i professori mi vengono in mente fratel Giusto, fratel Vittorio, fratel Giammaria, fratel Checcho, fratel Rocco, fratel Luigi, fratel Nestore, fratel Saverio ed i laici tuttofare Marco, Giacomino e Vincenzo. Tra i professori esterni c’erano Achille Orsalini e Giansanti. Il sacerdote addetto alle funzioni religiose si chiamava don Emilio Martellotti. La palestra del Collegio nel 1947 venne trasformata in sala cinematografica, il “San Giorgio”. Il campetto interno all’istituto si articolava su due piani ed era animato da tornei di calcio tra studenti di vari quartieri della città.
Vincenzo Ceniti
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