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Ricordi - Gino Torquati scomparso nel 2001

Schigino, uno dei personaggi più popolari della Viterbo di ieri

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Schigino al secolo Gino Torquati

Schigino al secolo Gino Torquati

Raduno Vespaclub a Sulmona - Schigino in prima fila col casco bianco

Raduno Vespaclub a Sulmona – Schigino in prima fila col casco bianco


Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Imprevedibile, distratto,  giocherellone, trasgressivo, artista, simpatico, ironico, inaffidabile, finto tonto,  megalomane, praticamente gojo nel senso più nobile del termine, con vaga somiglianza all’attore Ficarra. In una parola “ Schigino, al secolo Gino Torquati da Viterbo (1915-2001) che abbiamo recentemente rivisto dopo tanti anni nell’edicola al riquadro L del cimitero vecchio di San Lazzaro a Viterbo dove riposa insieme ai genitori.  

Da ragazzino creava un sacco di problemi al padre Ido, da giovanotto ha fatto  mille mestieri  a zonzo tra Viterbo e Roma, senza arte né parte. Da adulto dopo il matrimonio con Teresa nel 1940, si concentrò sul mestiere di elettricista che esercitò sia in proprio, che presso la ditta Minelli al Corso Italia, il salotto bene della città  anni Cinquanta-Settanta  per i suoi  trascorsi stellati, garantiti dal   Gran Caffè Schenardi.

Si racconta (ma sarà vero?) che gli amici gli avessero fatto lo scherzo di invitarlo a casa per verificare la solidità di un solaio a cui avevano appeso una corda con l’uncino. Lui si arrampicò sulla fune e loro la fecero dondolare così forte che il povero Schigino entrava e usciva dalla finestra a mo’ di Tarzan, per poi precipitare a basso, fortunatamente sull’ombrellone di un sottostante pesciarolo. Secondo un’altra versione (proprio come nel mito) sarebbe stato  lui a crearsi a casa un’altalena con le due corde fissate alla trave del soffitto per poi lasciandosi dondolare uscendo ed entrando dalla finestra.

Lo vidi un pomeriggio del Settembre 1947, dopo essersi ritirato dal Gran Premio Ciclistico di Viterbo, affacciato alla finestra della sua abitazione davanti a piazza del Gesù alle prese con un bacile di  fettuccine a ristoro delle fatiche patite durante  la corsa  Si era iscritto alla stracittadina solo per gioco. Percorso duro e nervoso da via Ascenzi verso piazza del Plebiscito, via Cavour,  via Garibaldi, Porta Romana e proseguimento lungo la Cassia e le mura castellane in direzione di via Rosselli, piazza Verdi. via Marconi e ritorno a via Ascenzi, per quaranta volte. Troppe per Schigino che dopo il primo giro in cui era in testa al gruppo, dava forfait e raggiungeva il bacile di fettuccine ancora bardato di occhiali, cappello e tubolari alle spalle. 

Se lo incontravi per strada dovevi proteggerti i cabbasisi, poiché aveva  l’abitudine di allungare la mano verso il basso ventre, accompagnando il gesto da una risata. Finché lo faceva cogli  amici pazienza, ma un giorno durante il servizio militare lo replicò con un ghigno ironico al suo colonnello che lo aveva redarguito per scarso impegno. Gli esiti li possiamo immaginare.

Imperdonabile la sua distrazione quando fece salire sulla sua Vespa superveloce l’adorata  mamma Pina. Si vantava di essere un buon pilota e di prendere le curve a 80 all’ora. Sta di fatto che all’improvviso fece una sterzata tanto brusca che la povera donna scivolò dal sedile posteriore e rotolò a terra. Lui se ne accorse solo dopo un centinaio di metri. L’episodio si sarebbe replicato con la moglie Teresa. Alla guida della sua Vespa, “faceva paura”, come Alberto Sordi nel Vigile, con un pesante  casco e una tuta bianca legata alla vita da una vistosa cintura nera.

A proposito di Vespa, che amava più della moglie, fu spettacolare la sua partecipazione all’Eurovespa ’84 di Verona. I rappresentanti del Vespa Club di Viterbo sfilarono tra le vie della città scaligera in parata originale. Avevano formato  una piramide  umana che poggiava su alcune moto, alla cima della quale c’era lui Schigino a salutare tutti col suo ghigno beffardo.

Fu un successo inaspettato, tanto che al pranzo sociale sedeva al tavolo della presidenza. In  precedenza nel 1960 era stato anche al raduno di Sulmona insieme alla moglie e al presidente di allora del Vespaclub di Viterbo, Giuseppe Zucchi.  

Renoir a Montmartre si faceva pagare un disegno con un fiasco di vino. Schiggino faceva lo stesso dopo un servizio di barba e capelli. Nel “salone” di  Gianluca Braconcini in via dei Magliatori a Viterbo si trova (oggi coperta da un cartongesso) la pittura parietale firmata dal nostro eroe raffigurante la piazzetta di San Pellegrino, dipinta a sconto di alcuni “tagli”, brillantina compresa.

I suoi quadri naif sono custoditi in molte abitazioni della città. In genere raffigurano scorci del centro storico fissati sulla tela con colori accesi e improbabili. L’immagine di  San Cristoforo davanti all’ingresso della trattoria all’Archetto in via Saffi  l’ha ridisegnata lui per un piatto di bucatini alla carbonara. Suo il dipinto nell’ex osteria sulla vecchia Sammartinese, subito dopo l’incrocio con la strada Roncone.

A via Borgolungo, tra Pianoscarano e San Pellegrino, c’è una Madonna da lui dipinta contenuta in un piccola edicola. Sulla parete della sua camera da letto in via Caprarecce, dove andò ad abitare dopo piazza del Gesù, aveva dipinto  il palazzo dei Papi con vernice fosforescente visibile anche di notte. Senza contare che la sua vena artistica la mise anche a servizio  nella costruzione, insieme a Marinetti pizzicarolo a San Biele, di una minimacchina dedicata a San Bernardino, antesignana di quelle di Santa Rosa. 

Anche estroso cameraman. Con la sua “Superotto” filmava tutto ed era sempre presente, cinepresa alla mano, in feste, processioni, cerimonie e soprattutto, tra i facchini, durante i trasporti della Macchina di Santa Rosa. I suoi  “Corto” non avevano  però molto successo per la immagini mosse,  il montaggio precario e l’audio assordante. Ne fui testimone, con lui presente, in occasione di una cena in cantina, con proiezione di filmati, che fu interrotta  per sfinimento dei presenti e giramenti di testa.  

Le autorità lo temevano, proprio per la sua popolarità. Guai ad averlo contro. Non sarà stato un caso se il giorno del suo secondo matrimonio con Maria Marzullo celebrato civilmente a Viterbo nel 1980, dopo una lunga vedovanza, davanti  al sindaco Rosati in persona  (testimoni Mauro Minelli e Marco Moltoni), si sono contati tra i presenti molti assessori. Il rituale  pranzo di nozze al ristorante  La Commenda lungo la strada per Marta fu un evento, sia per numero di invitati che per il ricco menu.

Vincenzo Ceniti 


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8 gennaio, 2024

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