Viterbo – Ottant’anni fa, precisamente lunedì 17 gennaio 1944, festa di Sant’Antonio abate, alle 13,15 circa nella zona compresa tra la stazione ferroviaria di Porta Fiorentina in viale Trento, la stazione ferroviaria della Roma Nord in viale Trieste e il capolinea degli autobus della ditta Garbini, in piazzale Gramsci angolo con via San Bonaventura, c’era molto affollamento di gente. In questa parte della città, solitamente a quest’ora, tra gli altri, si concentravano tanti studenti e moltissime altre persone pendolari che attendevano la partenza di un mezzo per rientrare a casa.
Viterbo – La chiesa di san Francesco bombardata il 17 gennaio 1944
Le quattro sirene d’allarme installate nella città, verso mezzogiorno, avevano suonato il solito segnale di pericolo di bombardamento aereo: una era collocata sulla torre dell’Orologio vecchio, un’altra installata sul palazzo Grandori in piazza della Rocca, una terza nel quartiere di San Pellegrino in Piazza Scacciaricci e l’ultima più debole nei pressi della fabbrica di ceramiche Tedeschi fuori Porta Romana.
I viterbesi che le avevano sentite non si erano preoccupati perché in quel periodo spesso ai suoni delle sirene non seguiva l’arrivo dei temuti bombardieri angloamericani e nei rifugi antiaerei si erano riparate soltanto poche persone. L’inaspettato e massiccio attacco aereo, dunque, non lasciò scampo a quanti non si erano preoccupati di trovare un riparo sicuro. Fu un martirio. Una formazione di circa 30 quadrimotori “Liberator” aveva sganciato a “tappeto” un deflagrante carico costituito da oltre 90 tonnellate di bombe. Furono alcuni minuti d’inferno: al sibilo delle bombe che scendevano seguirono terrificanti boati, rumori di crolli, grida disperate che chiedevano aiuto, pianti, lamentazioni di gente ferita gravemente, polvere accecante, fumi, fuoco, paura, angoscia e sgomento. Montagne di macerie sotto le quali erano rimaste sepolte molte persone.
Viterbo – La chiesa di San Francesco distrutta dai bombardamenti del 17 gennaio 1944
Oltre agli obiettivi militari dei bombardieri (stazioni, linee ferroviarie, distretto militare ecc.) furono colpite anche numerose abitazioni civili e la chiesa di San Francesco che fu rasa al suolo con due frati morti sepolti sotto le macerie e un altro rimasto ferito. Fu una delle più terribili incursioni aeree della seconda guerra mondiale.
Il parroco di San Francesco, padre Giovanni Auda, che quel 17 gennaio si salvò soltanto perché era andato a Roma a disbrigare alcune pratiche, dodici giorni dopo il bombardamento scrisse al padre provinciale dei Francescani: “Oggi abbiamo ritrovato la salma del padre Alfonso quasi vicino alla porta esterna della sacrestia. Presentava tracce di ferite alla testa; giaceva sul fianco sinistro, quasi distesa, con le mani aggrappate al muro. In generale, ben conservata. Era sepolta da grossi blocchi di travertino. Domattina verrà tumulata. L’abbiamo rinchiusa in una decente cassa di legno. Continua il lavoro per il recupero dell’altra salma. Il materiale da scavare è molto, il lavoro lento a causa degli allarmi frequenti. Padre Gino migliora sempre: ha però ancora aperta la profonda ferita alla testa e trova difficoltà a camminare. Ancora è ricoverato presso le suore della Sacra famiglia”. La salma dell’altro frate deceduto, Antonio Capogna, fu ritrovata con gravissime mutilazioni tre giorni dopo nello spazio distrutto dalle bombe e precedentemente usato come refettorio conventuale.
Viterbo – La chiesa di San Francesco distrutta dai bombardamenti del 17 gennaio 1944
Anche l’autorimessa dei bus della ditta Garbini, che stava accanto al distretto militare, fu distrutta e sotto le sue macerie persero la vita sette persone: le strutture di rimessaggio e di capolinea furono quasi completamente rase al suolo e tutti gli autobus parcheggiati finirono sotto il crollo degli impianti. Qui persero la vita sette persone: Igino Garbini con la sua fidanzata, Mario Franceschini, Pompilio Cesari, Dora Cuccodoro, Roberto Melideo e Giulietto Venturi figlio del custode dell’impianto. La complessa rete di trasporti, che operava in tutta la provincia di Viterbo, fu ripristinata soltanto il successivo 1 agosto del 1944 con un solo autobus.
Nel libro di Omero Paccosi “Viterbo Anno IV (1944)” si può trovare il racconto di quei tragici momenti, in particolar modo, all’interno della trattoria “Il bersagliere”, piena di clienti, che era situata nei pressi della cosiddetta “Porta murata” in via San Bonaventura.
Viterbo – Ristorante il Bersagliere in Via San Boventura
Questo il ricordo di Marcella Medori coniugata con Filippo Sforza, figlia del titolare del ristorante Giuseppe Medori, sopravvissuta in quell’incursione aerea: “Nostro padre guardando dalla terrazza del ristorante, si era accorto del luccichio di tanti puntini bianco-argentei che scendevano dal cielo e che ingrandivano a vista d’occhio senza che si fosse sentito ancora qualche rumore di aereo. Resosi conto che erano bombe in caduta, aveva urlato di correre a ripararci nella cantina del locale. ‘Scappate, scappate di corsa, ci bombardano!’, aveva gridato. Venni trascinata in una corsa precipitosa lungo le scale dello scantinato, finii addosso a qualcuno che cadeva e veniva pestato da altri, finché raggiunsi il fondo della cantina, mentre sopra di me succedeva il finimondo. Mio padre che era rimasto fino all’ultimo ad aiutare gli avventori del locale riuscendo a salvarne tanti, non ce la fece a salvare sé stesso ed altri morirono insieme a lui. Chi non fece in tempo a scendere nello scantinato non riuscì a salvarsi sia per lo spostamento d’aria prodotto dalle deflagrazioni, che per la polvere e i detriti delle macerie che si accumularono in breve tempo, soffocando chi era rimasto fuori”.
Tutt’intorno macerie su macerie, morte e disperazione: Palazzo Grandori distrutto, Porta Fiorentina per un terzo rasa al suolo, la fontana di piazza della Rocca abbattuta, le case che si affacciavano su via Matteotti e su via della Cava bombardate e atterrate, stessa cosa in via San Bonaventura e zone limitrofe. Alla fine risultarono più di 200 morti e qualche migliaio di feriti con i mezzi di soccorso e l’Ospedale Grande degli Infermi che non erano più in grado di soddisfare le richieste di cure. Furono diversi, per questo, gli istituti religiosi della città che ospitarono i feriti e i rimasti senzatetto.
Padre Giovanni Auda, che trovò ospitalità all’interno del convento dei frati Agostiniani della Trinità, era molto amico di mio padre Fulvio che lo aiutò, in quanto artigiano e nei limiti delle sue possibilità, nel periodo successivo a quello dei bombardamenti in molti lavori da fabbro necessari alla ricostruzione della parrocchia. Mio padre mi ha sempre raccontato del brutto periodo della guerra, del clima di terrore per la paura di morire sepolti dalle macerie, dell’obbligo dell’oscuramento notturno totale della città, delle sirene o delle campane (queste suonavano quando le sirene erano fuori uso) che avvisavano dell’arrivo dei bombardieri e tutti dovevano correre a ripararsi dentro ai rifugi antiaerei.
Durante l’oscuramento notturno nessuna luce doveva trapelare all’esterno dalle aperture di porte, finestre, lucernai, trombe delle scale e così via, in modo da non essere avvistati. Questa situazione di paura portò mio padre a rifugiarsi successivamente al 17 gennaio, con una ventina di suoi familiari, in due grotte-cantine scavate nella rupe di tufo, situate proprio sopra la sua bottega di via Faul e sotto il Palazzo Papale. Le grotte avevano tre ingressi cosicché in caso di ostruzione o frana a seguito dei bombardamenti, c’era sempre una sicura via di fuga.
L’aeroporto della città di Viterbo era già stato bombardato il 29 luglio del 1943. Dopo le gravi incursioni del 17 gennaio 1944 ce ne furono altre: il 20 gennaio 1944 ci fu un bombardamento nella zona nord occidentale di Viterbo (silos del Consorzio agrario, asilo infantile de La Quercia, zona del Paradiso ecc.); nella notte del 25 maggio del 1944 fu bombardata la zona di Porta Romana – San Sisto, e altre diverse parti del centro storico, con sganci di bombe massicci che ridussero la città ad un cumulo di macerie; il 26 maggio del 1944, e giorni successivi, furono diversi i bombardamenti nelle zone di Porta Fiorentina e Porta Romana. Fino al 7 giugno continuarono i bombardamenti e gli attacchi aerei contro le colonne tedesche in ritirata. Il 9 giugno ci fu la liberazione della città e la fine dell’incubo delle incursioni aeree.
Si calcolarono i danni subiti: su un’area complessiva di circa 100.000 metri quadrati erano state completamente distrutte circa 600 case di abitazioni civili; altre 300 case circa gravemente danneggiate e altre 1500 circa avevano subito danneggiamenti più leggeri. Alcune chiese (come San Francesco, San Luca e San Sisto) furono distrutte ed altre gravemente danneggiate. Stessa sorte per diversi edifici pubblici, chiese, caserme e ospedali, 4000 metri quadrati di pavimentazione stradale fuori uso e 1350 metri di fognature danneggiate oltre a gravi lesioni agli impianti elettrici e telefonici pubblici e alle condutture del gas e dell’acqua.
Albert Einstein, assertore come tanti che la guerra è un male da evitare perché in contraddizione con l’aspirazione universale di ogni essere umano alla pace e condizione per il suo sviluppo sereno, nel mese di agosto 1945, dopo il lancio delle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki, disse: “Non ho idea di quali armi serviranno per combattere la terza guerra mondiale, ma la quarta sarà combattuta coi bastoni e con le pietre”.
Cerchiamo di trarne insegnamento.
Silvio Cappelli
Copyright Tusciaweb srl - 01100 Viterbo - P.I. 01994200564PRIVACY POLICY