Viterbo – “In Francia c’è un deposito di scorie radioattive in mezzo alla regione dove producono lo Champagne e non si lamenta nessuno. In Italia, invece, diciamo no a prescindere. La provincia di Viterbo avrebbe bisogno del deposito della Sogin”. Lo afferma il fisico e divulgatore scientifico Luca Romano.
Esperto di energia atomica, Romano sostiene che il nucleare “è l’unica speranza di combattere il riscaldamento globale nel pianeta”. Nel 2020 ha ideato i profili social L’avvocato dell’atomo (94mila follower su Facebook e quasi 200mila su Instagram) per favorire la divulgazione scientifica sul tema del nucleare. Nel 2022, con lo stesso titolo, ha pubblicato un libro.
Perché bisogna essere favorevoli al deposito di scorie nucleari?
“Prima di tutto perché non è un deposito di scorie nucleari. È un deposito di rifiuti radioattivi, che è ben diverso. Le scorie nucleari propriamente dette costituiranno meno dell’1% materiale custodito in quel deposito”.
Quindi di che tipo di rifiuti parliamo?
“Materiali che vengono prodotti a tutt’oggi dagli ospedali, dai centri di ricerca e dalle industrie. Un paio di esempi: le Pet e le scintigrafie, che richiedono l’uso di radiosorgenti. Anche i Paesi che non hanno mai avuto centrali nucleari devono avere un deposito di rifiuti radioattivi, perché la normativa europea prevede che ogni Stato membro gestisca in autonomia questo tipo di materiali. E non penso che sia possibile rinunciare a certe pratiche diagnostiche”.
Sono rifiuti che hanno una radioattività inferiore rispetto alle scorie nucleari?
“Sì, ma soprattutto conservano la carica di radioattività per meno tempo”.
Come sono stati conservati fino a ora questi rifiuti?
“In delle strutture provvisorie, molto più precarie e pericolose di una permanente. Invece per le scorie delle vecchie centrali nucleari italiane, il nostro Paese paga la Gran Bretagna per custodirle. L’Italia è già in procedura d’infrazione europea perché non ha il suo deposito di rifiuti radioattivi, inoltre nel 2025 scadrà il contratto con gli inglesi, per cui le scorie torneranno qui e noi, al momento, non abbiamo un posto dove metterle. Io sarei molto più preoccupato se il deposito non dovesse essere pronto e si dovessero usare le strutture attuali”.
Ma come sarebbe strutturato questo deposito?
“Da un lato ci sarà il deposito dei rifiuti a media e bassa radioattività, che verranno compressi e inseriti in una malta cementizia, che a sua volta entrerà in un grande blocco di cemento da interrare sotto una collina costruita artificialmente. Accanto a questo, sorgerà una struttura più piccola dedicata alle scorie nucleari vere e proprie, che sono quelle prodotte dalle centrali che operavano in Italia tra il 1963 e il 1990 e che avranno dei sistemi di schermatura molto più forti. Inoltre, nell’area del deposito verrà realizzato un polo tecnologico, con laboratori e centri di ricerca, per monitorare costantemente lo stato dei rifiuti e proseguire il lavoro di studio sul nucleare. Perché nel frattempo il mondo è andato avanti e siamo già arrivati a costruire dei reattori nucleari che consentono di riciclare parte del materiale”.
Perché la provincia di Viterbo ha così tante aree idonee alla costruzione del deposito?
“Penso che sia semplicemente capitato che i comuni della Tuscia soddisfacessero tutti i requisiti in numero maggiore rispetto ad altri territori. I criteri d’individuazione delle aree sono di carattere scientifico, ma anche politico”.
Quali sono?
“Innanzitutto si cercano le aree meno sismiche e a minor rischio di dissesto idrogeologico”.
In realtà la Tuscia è un’area vulcanica e nel 1971 ci fu un terremoto molto forte a Tuscania. Una struttura come il deposito Sogin non subirebbe danni in caso di sisma?
“No, a meno che non sia una scossa di proporzioni devastanti. Le cartine dell’Ingv individuano la zona di Viterbo come un’area a rischio sismico ridotto. I terremoti nella Tuscia ci sono stati e probabilmente ci saranno ancora, ma si stima che saranno meno violenti di quelli in altre aree, come ad esempio la Sicilia o l’Appennino centrale. Ma oltre a questi criteri tecnici, ci sono quelli politici che fanno la differenza”.
Cioè?
“Criteri che non sono necessari dal punto di vista strettamente scientifico, ma che sono stati introdotti per cercare di frenare l’eccessiva e immotivata avversione dell’opinione pubblica italiana verso il nucleare. Così si è deciso di tenere in considerazione solo le aree a bassa urbanizzazione, che non abbiano particolari beni paesaggistici o culturali da tutelare e dove non ci siano delle produzioni enogastronomiche protette. Ad esempio la Toscana ha molti comuni che sarebbero ideali dal punto di vista del rischio sismico, ma è piena di borghi storici e marchi tutelati che rendono impossibile costruire il deposito lì”.
In effetti molti agricoltori della Tuscia temono che la costruzione del deposito possa compromettere la qualità delle loro produzioni.
“Come ho detto, i criteri politici non hanno un reale fondamento scientifico. Senza offesa per nessuno, certe preoccupazioni nascono dall’ignoranza generalizzata sul tema del nucleare. In Francia, dove smaltiscono le scorie di 56 reattori attivi, hanno due depositi nazionali: uno nella regione dello Champagne, in mezzo ai vigneti più famosi del mondo, e uno nella zona in cui vengono prodotte le ostriche della Normandia. Eppure non mi sembra che ci siano conseguenze sul prestigio dei marchi o sulla qualità dei prodotti. Al contrario, i sindaci delle città che ospitano i depositi di rifiuti nucleari si vantano di aver portato sul loro territorio delle strutture all’avanguardia, che generano posti di lavoro”.
Si parla di un indotto economico importante?
“Posti di lavoro e non solo. Ci sono dei meccanismi di compensazione per il comune che ospiterà il deposito nazionale, che corrispondono alla somma di tutti gli incentivi distribuiti oggi ai comuni che ospitano i depositi temporanei. Quindi parliamo di tanti soldi e di benefici importantissimi per una provincia, Viterbo, che forse avrebbe bisogno del deposito anche più delle altre”.
Perché?
“Perché la provincia di Viterbo è la più radioattiva d’Italia, a causa delle elevate concentrazioni di radon nell’atmosfera, per cui farebbe comodo avere sul territorio un polo tecnologico d’avanguardia che monitori la radioattività ambientale”.
Quindi secondo lei non c’è una ragione valida per dire no al deposito della Sogin nella provincia di Viterbo?
“In Italia c’è un pregiudizio negativo nei confronti delle grandi opere, del nucleare e degli impianti di gestione dei rifiuti. Figuriamoci in questo caso, dove sono proposte tutte e tre le cose insieme. Io dico che bisognerà vedere il progetto nello specifico, però, se analizziamo la cosa a mente fredda, non riesco a trovare una reale motivazione per essere preoccupati”.
Secondo lei come finirà questa storia?
“Penso che alla fine il deposito si farà a Trino Vercellese, un comune che si è auto-candidato pur non trovandosi sulla carta della Sogin. Lì c’era una centrale atomica attiva ed evidentemente la popolazione ha meno preconcetti verso il nucleare, sa che ci si può convivere benissimo e che è una risorsa importante per il territorio. Credo che la Sogin sceglierà un’area leggermente meno idonea sul piano tecnico, ma più ricettiva e con amministratori più lungimiranti su questa tematica”.
Alessandro Castellani
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