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Viterbo - La copertina è opera di Silvia Cruciani su disegni di Lorenzo Ricci

Fresco di stampa il nuovo libro di Antonello Ricci, “Dylaniana. Un poemetto di formazione narrato-cantato-suonato nei giorni della sua pensione”

di Marco D'Aureli
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Viterbo - Antonello Ricci

Viterbo – Antonello Ricci

La copertina di "Dylaniano"

La copertina di “Dylaniano”

Viterbo – Fresco fresco di tipografia il nuovo libro di Antonello Ricci: “Dylaniana. Un poemetto di formazione narrato-cantato-suonato nei giorni della sua pensione”, Effigi edizioni, Arcidosso 2024. Il volumetto si avvale di doppia prefazione: a firma dell’editore Mario Papalini (“A.R. se pensiona”) e dell’antropologo Marco D’Aureli (“Talkin’ A.R. blues”). La copertina è opera di Silvia Cruciani su disegni di Lorenzo Ricci.

Nei giorni della sua pensione” recita il sottotitolo: eh sì perché, una volta giunta l’estate, il professor Ricci, dopo quarant’anni di onorata carriera, se ne andrà in pensione. Tempo dunque di bilanci e rilanci. Non a caso “Dylaniana” torna a rievocare, a forme di poemetto-collage-florilegio, gli anni dell’apprendistato artistico di Antonello, tra fine anni ’70 e principio degli ’80: Bob Dylan, Woody Guthrie, Jack Kerouac. Folk song e blues ma anche ottava rima e improvvisazione popolare.

A giugno poi il libro si farà performance (narrata, cantata, suonata alla chitarra e all’armonica a bocca) e il volumetto verrà offerto in dono agli amici-spettatori, insieme con un brindisi di rito, al Bistrot del teatro. Per la speciale occasione, a sostenere Antonello un agguerrito team di musici: il fratello di una vita Silvio Ciapica; gli amici dei giorni dello “Spigolo” i chitarristi Dario Tredicucci e Massimo Giacci. N.B. Per chi non se la sentisse di aspettare la fine dell’anno scolastico: “Dylaniana” può essere già ordinata andando direttamente sul sito di Effigi edizioni: http://www.cpadver-effigi.com/blog/dylaniana-antonello-ricci/

Infine, a margine della sua prefazione in “Talkin’ blues”, Marco D’Aureli propone qui di seguito alcune spigolature-riflessioni sulla ricorrente fascinazione di Ricci per la figura archetipica dell’aedo: Omero.

 

L’immagine di partenza è quella di un vecchio narratore popolare (se vi piace, tanto per rimanere a un’immaginario condiviso, il vecchio pescatore di Coleridge, oppure, se preferite Calvino, uno dei pescatori della città invisibile di Zaira) che ricorda e racconta una storia vissuta direttamente (protagonista, testimone oculare) o anche solo ascoltata dalle parole di qualcun altro e così via in una catena infinita e possibile di passaggi. Antonello incarna questo modello. D’altra parte, che cosa potevamo aspettarci da chi non fa mistero di intrattenere da anni un dialogo tanto silenzioso (neanche troppo) quanto serrato con la figura di Omero, l’archetipo stesso del narratore. Il maestro. Di tanto in tanto immagino, vagheggio, una intervista impossibile di Antonello Ricci a Omero sul calco di quella di Calvino all’uomo di Neandertal o (ancor di più) di quella di Guido Ceronetti a Socrate.

Il riferimento, tanto a Ceronetti quanto a Socrate, non è casuale. In particolare, il tema del dialogo tra lo scrittore (chissà se Antonello ha mai avuto tra le mani “Il silenzio del corpo” di Ceronetti: so che lui capirà) e il filosofo per eccellenza lo (e ci: lui e me) riguarda direttamente, sia nella sua dimensione pratica immediata che in quella più astratta: è l’intervistatore che fa l’intervista, o l’intervista che fa l’intervistatore? Il vasaio è tale perché fa i vasi, oppure sono i vasi a fare il vasaio? Un dilemma che richiama un’altra questione, una suggestione che viene da Luigi Pareyson e che porta a riflettere sul rapporto opera/autore (nella teoria della formatività definita dal filosofo torinese l’autore fa l’opera tanto quanto l’opera fa l’autore). Un tema, quest’ultimo, più volte toccato in occasione dei “nostri” dialoghi socratici da bar (dove io faccio l’interlocutore di un Socrate che dà sempre l’impressione di stare una mossa avanti).

Ma dicevamo di Antonello e Omero. Omero è lo pseudonimo con cui il nostro firmava i propri articoli per il giornalino liceale “Lo Spigolo” (fine anni Settanta) e i primi componimenti in versi per la plaquette corale “Lì & Là” (1979) improntati alla parodia, figura retorica che diverrà poi suo carattere distintivo, misteriosa inclinazione, privilegiata strategia espressiva.Giardino e morte del signor Palomar” (2018) si chiude con tre monologhi in forma di variazione su “Odissea” VIII (Odisseo ospite alla mensa dei Feaci). Tre le voci che si rincorrono attorno a una tavola imbandita. Quella di Nausicaa, a far da cornice, e quella di Demodoco e di Ulisse in un gioco di specchi che trasformano l’aedo e l’eroe in alter ego dell’autore (l’uno omaggiato dalla dea – cito – di lingua precisa, perfetta, infaticabile, un petto possente come bronzo; l’altro che ha ricevuto l’arte suprema meravigliosa del racconto-menzogna): Antonello pone di fronte (sdoppia e al tempo stesso mostra come il primo sia l’altra faccia del secondo) narratore e narrato. E più o meno da dove si chiude “Giardino e morte” riparte “Passaparola” (2021), che si apre con una citazione dal canto XI di “Odissea” (Ulisse nel regno dei morti; suo dialogo con Achille). Libro, “Passaparola”, dove uno dei demoni di Antonello, quello del rapporto oralità-scrittura, si affaccia con maggiore impeto.

Mi fermo qui con questa rincorsa-gioco ai riferimenti (mancano all’appello il più recente “#Albadelmetodo” (2023) e questa “Dylaniana”, che pure offrirebbero materia per qualche intrigante spigolatura) poiché i tratti dell’ossessione omerico-ricciana mi paiono ben definiti. Non posso però ignorare, in chiusura, quanto Antonello scrive tra le pag. 49 e 51 di “Passaparola” (in realtà un ripescaggio dalla soglia di “1932. Racconto metricato” (2009): l’ho scoperto qualche giorno fa andando alla ricerca di alcuni versi che ricordavo chiamare in causa il tema del dono poetico, che sempre alla medesima scaturigine, oramai nota, riconduce): dove c’è, sì, Omero, ma anche altro. Un frammento doppiamente ossimorico, e già solo per questo motivo ricco e fecondo, in cui Antonello, pur mettendo in guardia dalle (auto)dichiarazioni di poetica, in realtà ce ne consegna una: “Perché il nostro racconto scaldi davvero i cuori raccolti intorno a un camino o al fuoco di un bivacco”, ecco affiorare l’ennesima suggestione omerica, “occorre desiderio ardente, cieca fiducia. Capacità di ascolto.” Arti, queste, delle quali Antonello è signore e padrone.

Marco D’Aureli


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18 febbraio, 2024

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