Viterbo – Può darsi che, come scrisse un antico direttore del Corriere della sera, Piero Ottone, sia stata un errore l’unificazione dell’Italia per come e quando venne fatta. Lo temevano forse anche i Costituenti, i quali, negli ultimi articoli della Carta, ripartirono la repubblica in regioni province e comuni ma dopo averla proclamata, all’art. 5, una e indivisibile. Quelli che vennero dopo fecero passare più di vent’anni prima di istituire le regioni e, nel 2014, decisero di fare a meno delle province, le quali, però, seppure zoppe, tuttora camminano insieme a noi.
Ora, accade che il governo guidato da un partito “nazionale” per formazione, storia e ascendenza, propone di insistere, rafforzandola, con l’autonomia dei territori ma, poiché ad ogni buco corrisponde sempre una toppa, decide pure di render più forte il potere centrale attraverso l’elezione diretta del capo del governo.
Si dirà, e magari con orgoglio, che noi italiani siamo fatti così, con gli ottimisti a parlare di equilibrio dei poteri e gli scettici a ricordare che “fatta la legge, trovato l’inganno”. Potrebbe, però, non essere così, se si intenderà la riaffermazione dell’individualismo territoriale e sociale come Guicciardini, nel ‘500, definiva “el particulare mio”, collegato, cioè, allo Stato: di fronte “all’avarizia e le mollizie de’ preti, il politologo avrebbe potuto seguire la protesta di Lutero ed invece scelse di servire l’autorità di più pontefici, all’epoca uomini di stato e pure guerrieri.
Tornando all’unità nazionale, per darle corpo i patrioti italiani, i carbonari, gli idealisti dovettero affidarsi al Piemonte dei Savoia i cui re, è verosimile, si trovarono trascinati nell’avventura dalle circostanze, soprattutto quelle internazionali. In particolare l’ambizione di Napoleone III e il declino dei poteri degli Asburgo, dei Borbone e di Pio IX.
Cavour “fece l’Italia senza conoscerla” – e, in effetti, dalla Toscana in giù non era mai stato – e Vittorio Emanuele II, il padre della patria, dichiarando “fatta” l’Italia, constatò che c’erano ancora da “fare” gli italiani.
Un secolo dopo, il programma è stato attuato o continuiamo a credere di poterci alzare da terra attaccandoci ai lacci delle scarpe? Le circostanze internazionali, come nell’ ‘800, sospingono lontano dai mondi tradizionali il treno dello sviluppo, con l’Occidente in declino, l’Africa che preme e la ricchezza che, guerre o non guerre, sarà sempre più prodotta altrove.
Autonomia, presidenzialismo in salsa italica e quant’altro necessario nelle istituzioni riusciranno a far cambiare opinione a quel giornalista che diceva: “Quando parto dal Cairo e vado a Roma, mi sembra di essere a Londra. Quando parto da Londra e vado a Roma, mi sembra però di essere al Cairo”?
Il treno delle riforme rischia di essere come quello dei desideri che, nei pensieri di Paolo Conte e Adriano Celentano, “all’incontrario va”?
Renzo Trappolini
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