Viterbo – Avrebbe minacciato un automobilista con la pistola per il parcheggio: “Vedi che ora la sposti la macchina”.
Si scoprirà che era una scacciacani, una pistola finta. Ma per il pistolero quell’arma usata per minacciare la vittima in strada si è trasformata in guai veri.
È successo il 10 giugno 2021 in un centro della Teverina. Protagonista un noto pregiudicato della zona, un 29enne difeso dagli avvocati Luca Valeri e Marco Valerio Mazzatosta, rinviato a giudizio con l’accusa di minaccia aggravata per avere impugnato l’arma e urlato all’indirizzo del rivale: “Vedi che ora la sposti la macchina”.
Un’operazione non facile per la vittima quella di spostare la macchina, perché nel frattempo l’imputato gli avrebbe anche squarciato una gomma della vettura.
È stata la stessa persona offesa nei giorni scorsi a ricostruire il violento episodio in aula, davanti al giudice Roberto Cappelli, cui è stato affidato il fascicolo del dibattimento, appena entrato nel vivo.
Si tratta di uno straniero che, a distanza di quasi tre anni dai fatti, ha ricostruito in tribunale la presunta aggressione da parte del giovane pregiudicato viterbese. “Mi ha squarciato una gomma – ha spiegato al giudice, fornendo la sua versione dell’accaduto – poi mi ha fatto il segno con la pistola di spostare la macchina ripetendo più volte ‘vedi che ora la sposti la macchina’”. Lo straniero non si è costituito parte civile.
L’arma sarebbe stata invece una scacciacani con tanto di tappo rosso, rinvenuta e sequestrata poco dopo dai carabinieri della locale stazione nell’abitazione del 29enne, quando è stato sottoposto a perquisizione personale e domiciliare, non appena scattato l’allarme.
Per chiudere il processo, resta ancora da sentire l’imputato, il quale sarebbe pronto a farsi interrogare alla prossima udienza per fornire anche lui la sua verità prima della sentenza. Se ne riparla in autunno.
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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