Victor Manuel Fernandez
Viterbo – Ripulito il pianterreno dei palazzi apostolici dai residui degli affari sporchi consigliati dai Sindona, Ortolani, Gelli (P2) di ogni tempo e riordinati doveri e responsabilità dei burocrati vaticani, papa Francesco passa ai mezzanini della credulità popolare servendosi del cardinale Victor Manuel Fernandez, argentino come lui, che, venerdì scorso, illustrando ai giornalisti nuove norme in materia, ha definito “cazzate” tanti comportamenti di santoni, visionari di Madonne vestite di bianco e celeste come quelle delle processioni, guaritori in nome di un Dio da cui però non sono santificati.
Chi sono io per giudicare? disse una volta Francesco a proposito di tendenze sessuali e sembra richiamare quell’atteggiamento mentale di fronte a fenomeni detti soprannaturali come apparizioni, guarigioni miracolistiche e simili, perché il relativo esame sia quanto mai problematico se non preventivamente scettico.
Questo anche ad escludere ogni possibile caduta in tentazione di vescovi e comunità locali attratti dai benefici, pur spirituali, ma poi inevitabilmente economici che il flusso di pellegrini più o meno in buona fede finisce col portare alle casse diocesane ed a quelle del commercio e dell’industria dell’accoglienza. D’altronde, non era stato Francesco a mettere in guardia dal rischio di far apparire la madre del Gesù di Nazareth assassinato perché si proclamava Dio come “Madonna postina”, impegnata a recapitare stessa ora, stesso mezzo e stessi/e destinatari/e messaggi troppo spesso lacrimevoli?
La Direttiva vaticana parla esplicitamente di “presunta” origine soprannaturale di certi fenomeni utilizzata “per trarre lucro, fama, notorietà sociale, interesse personale”, di fedeli trascinati dietro ad eventi frutto solo di fantasia, “mitomania”. Non solo, ma, riferendosi a passate dichiarazioni di vescovi (quelli di Sicilia del 1953: “Non si può mettere in dubbio la realtà delle lacrimazioni” ma anche quello di Grenoble in Francia del 1851) considera che “i fedeli non sono obbligati ad accettare l’autenticità di questi eventi” e, ove non bastasse, aggiunge, che “la maggior parte dei Santuari non ha mai avuto, nel corso della devozione che lì si esprime, una dichiarazione di soprannaturalità dei fatti che hanno dato origine a quella devozione”, Ciò, senza nulla togliere al valore, per la Chiesa, della pietà dei fedeli che lì si manifesta e alla loro umiltà non di rado in contrasto con l’opulenza di mura foderate d’oro (anche di recente) e mercanti in agguato per gonfiare le borse là dove si vorrebbero sgonfiare le anime dai mali.
Più chiari di così cardinale e papa non potevano essere per riaffermare, implicitamente e diversamente da quanto per secoli sostenuto, che non sono i miracoli a sostenere la fede, ma, come insegnava il filosofo-teologo Tommaso, l’intelligenza, che è lo strumento più affidabile per credere e che muove dal e col dubbio. Esso sì vera ed onesta manifestazione della intelligenza stessa.
Un predecessore di Francesco, Giovanni XXIII – che col Concilio cambiò la Chiesa e un po’ anche il mondo, riuscendo pure ad essere determinante (non succede spesso) per riportare la pace quando russi e americani stavano per accendere la miccia delle atomiche a Cuba – quel papa, allora chiamato “buono” ed ora santo, annotò nel diario del 14 luglio 1960 le sue “ansietà per la situazione di San Giovanni Rotondo (convento di padre Pio) circa il movimento di superstizione, di pietà vera e benefica per molti ingenui, ma terribilmente complicata con l’affarismo di molti altri a spese della carità”.
E tutto torna.
Renzo Trappolini
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