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L’Irriverente

Parole a San Pietro da Cioni Mario all’oscar Benigni

di Renzo Trappolini
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Roberto Benigni

Roberto Benigni

Viterbo – Era forse dal 1980, quando Renzo Arbore lo scritturò per Il Pap’occhio, che Roberto Benigni preparava lo show di piazza San Pietro. Allora, si limitò all’apparizione dalla finestra dell’Angelus di un suo simil zucchetto papale ad alla prova microfono. Domenica scorsa è arrivato il sonoro col passaggio dalle imprecazioni stercoree del Cioni Mario al catechismo ai bambini, l’abbraccio al papa ed il grido “Sono pieno di gioia come un cocomero!”.  

Sull’altra sponda del Tevere, dunque, stanno cambiando oltre che i personaggi e gli interpreti anche i linguaggi, senza che, finalmente, ne derivi scandalo. Chi si è accorto, infatti, che il nuovo responsabile della Dottrina della fede, per spiegare come riconoscere il soprannaturale, ha liquidato con la parola “cazzate” le interpretazioni non autenticate?

Sulla riva opposta c’eravamo arrivati molto prima. Già il 25 ottobre 1976, quando lo scrittore Cesare Zavattini annunciò: “E adesso dirò una parola che finora  alla radio non ha mai detto nessuno: Cazzo!”. La trasmissione aveva la regia di un giovanissimo Beppe Grillo il quale, presa la palla al balzo la rilanciò, diventando in materia un maestro talmente seguito che anni dopo intitolò al Vaffa le lezioni che teneva nelle piazze.

Allora, però, la parola fece scalpore, pur se detta da uno che – noterà Silvana Mauri, nipote e collaboratrice del fondatore della editrice Bompiani – “si vendica delle parole, le mostrifica, le contorce, le irride”. E fu liberazione per tanti ai quali insegnavano, ad esempio, come fosse sconveniente dire “casino” – che pure era solo un vezzeggiativo di casa del piacere  e, ancor prima, per la caccia agli uccelli  – mentre  il politicamente corretto pretendeva l’uso di spazzare al posto del popolare “scopare”.  Termine, questo, del tutto innocuo almeno fino a quando nelle minacce delle mamme non si trasformava in scopata, il participio che arrivava sul groppone.

Altri tempi, fortunatamente ed altra disinvoltura, talora, nell’uso delle parole, ma adesso alle energiche scopate domestiche d’una volta si è sostituito l’umido “mocio”. Tempi in cui un papa, Pio XII, prima di scegliere le parole di un discorso era capace di consultare una quantità esagerata di vocabolari. Anche lui, però, dovette cedere, scoppiando in una fragorosa risata, quando in una udienza, lamentando che il socialista Pietro Nenni (erano i tempi in cui si cominciava a parlare di centro sinistra) da rifugiato insieme ad altri capi antifascisti al Laterano era solito bestemmiare, si sentì rispondere dal direttore de Il Messaggero  Mario Missiroli, uno spirito libero alla Zavattini: “Santità, in Romagna (la terra di Nenni) anche i preti bestemmiano: Dovrebbe venire a sentire a Cesena il giorno delle corse al trotto”.

Potenza delle parole e domenica scorsa Dagospia ha raccontato che il successore Francesco, argentino come il cardinale che parlò di “cazzate”, avrebbe detto alla recente assemblea dei vescovi italiani: “Nella chiesa c’è troppa aria di frociaggine”. Un modo di parlare più papale, papale di così….

Renzo Trappolini


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28 maggio, 2024

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