Viterbo – Le inchieste giornalistiche sui braccianti di Tusciaweb finiscono sulle pagine nazionali di Repubblica.
Il pezzo è di Andrea Ossino, il titolo: Caporalato, class action contro i padroni a Viterbo: i braccianti si ribellano.
“Il giornalista Daniele Camilli, di Tusciaweb – scrive Ossino – racconta storie come queste da anni. Conosce le campagne e i caporali conoscono lui. Per questo è stato minacciato: ‘Hai rotto, perché stai a scrive un sacco de st…Devi sparire!’, era il tono di chi ha interrotto il cronista mentre faceva il suo lavoro”.
L’articolo di Repubblica dedicato ai braccianti della Tuscia
“Hanno trascorso anni con la schiena curva sul terreno delle campagne di Viterbo – prosegue il giornalista di Repubblica -. Poi hanno alzato il dorso e anche la testa. Hanno parlato con i carabinieri e hanno bussato alla porta dei sindacati raccontando le loro storie, capendo quali erano i loro diritti. Questa è la storia di una comunità di braccianti che ha acquisito una coscienza sociale. È la storia di 140 lavoratori che hanno costretto i datori a garantire loro migliori condizioni di lavoro. Ed è raccontata negli atti che compongono il procedimento che il prossimo 26 giugno verrà discusso in udienza preliminare che vede come protagonista Danilo Camilli, dell’omonima azienda. I pm di Viterbo e i carabinieri che hanno indagato sul caso parlano di ‘condizioni di sfruttamento'”.
Il tutto in un contesto generale dove la questione bracciantile è questione sociale. Dalla condizione lavorativa a quella abitativa.
Viterbo – Braccianti agricoli – Foto di repertorio
“In campagna ci si divide in squadre – spiega Ossino – senegalesi da una parte e pakistani dall’altra. Così si parla la stessa lingua. Ma soprattutto si lavora. Certe volte fino a quando non si muore. Come lo scorso 19 luglio, quando durante una giornata da bollino rosso Naceur Messauodi è caduto sul terreno rovente delle 4 del pomeriggio con un’anguria ancora in mano. Veniva da Sfax, in Tunisia, e a 57 anni faticava per far campare moglie e figlie in patria. Forse anche lui ha letto il cartello che una volta è stato appeso fuori da un bar: ‘No stranieri, no animali domestici’. E forse pure lui, quando cercava dove dormire ha incontrato qualcuno che non affitta casa agli stranieri, come ha denunciato Antonio Biagioli, del sindacato Uila, che da anni lotta per migliorare le condizioni dei lavoratori e che dopo aver spiegato a uno dei 140 braccianti i suoi diritti, il giorno dopo si è ritrovato in ufficio decine e decine di lavoratori sfruttati da cui è partita una sorta di class action per chiedere all’indagato un risarcimento”.
“In una routine composta di solo lavoro – conclude infine l’articolo di Repubblica – i braccianti hanno ritrovato anche una dimensione umana. E c’è una squadra di calcio, l’Asfa, associazione sportiva football africani, composta da chi un tempo veniva diviso in base alla nazionalità per lavorare nei campi. Adesso, con il pallone tra i piedi, in campo si scende insieme”.

