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Viterbo - Viaggio tra gli immigrati nelle campagne - FOTO e VIDEO

Un’ora di bicicletta per undici di lavoro, la vita dei braccianti stranieri

di Daniele Camilli
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Viterbo – Si alzano alle 4 di mattina. Alle 5 escono di casa, prendono la bicicletta e passano per piazza della Rocca, via Cairoli e valle Faul. A volte qualcuno li carica al Sacrario sui pulmini. Nel silenzio più assoluto. Diretti a Castel d’Asso. A Viterbo. Per arrivare ci mettono un’ora. “Attaccano” all’alba. Sono i braccianti agricoli stranieri. Undici ore di lavoro al giorno. Stagionali. 

Alcuni per cinque euro all’ora. Il contratto nazionale di lavoro ne prevede circa 8. Dieci chilometri in bicicletta. Ad andare. E dieci a tornare. Un paio d’ore in tutto ogni giorno. Spesso in sella a un catorcio rimediato.


Multimedia: La vita del bracciante agricoloIl viaggio in bicicletta – Video: Stranieri a Viterbo


Le squadre di lavoro in campagna si dividono a seconda delle nazionalità di provenienza. Pakistani da una parte, senegalesi dall’altra. “Non per ragioni di appartenenza – fa notare uno dei braccianti, un ragazzo nigeriano – ma per facilitare la comunicazione. In questo modo si parla la stessa lingua e il lavoro è facilitato”.

I braccianti italiani da queste parti non ci sono più. Castel d’Asso, Paliano, Quartuccio, Ponte di Certi, le zone rurali a nord del comune di Viterbo. I braccianti agricoli, i più sfruttati, oggi, sono stranieri. Una vita con la sveglia alle 4 di mattina, per tornare a casa la sera tardi. Sfiniti dalla fatica. E con 20 chilometri di bicicletta sulle gambe. Per ricominciare tutto da capo qualche ora dopo. Per sei giorni a settimana. Schiena curva e fango tutto il giorno. Tute, magliette bianche, scarponi, scarpe da ginnastica e pantaloncini corti.

Viterbo - La vita del bracciante agricolo

Un mondo bracciantile in continuo movimento e trasformazione. Aumento consistente dei braccianti di nazionalità romena e presenza crescente di lavoratori agricoli provenienti dalla Nigeria. I primi sono passati dai cantieri edili in crisi alle campagne dove oggi rappresentano la forza lavoro più numerosa. Con una forte presenza anche all’interno dell’industria del pollame a nord della Teverina. 

“Mio padre – dice un ragazzo romeno, studente presso uno degli istituti tecnici di Viterbo – ha dovuto cambiare lavoro da un giorno all’altro. Licenziato dal cantiere. Lavoro finito. Adesso va in campagna. Poi, quando anche lì non c’è più possibilità, fa qualche lavoretto edile. io studio e mia madre fa le pulizie. Sono in Italia da tanti anni. Sono entrato da nord, come clandestino. Ora è tutto regolare. Avevo quattro anni e i miei genitori, per non farmi trovare, mi nascosero all’interno di uno spazio ricavato sotto la macchina. Quasi a contatto con l’asfalto. Nessuno c’ha fatto caso”.

I nigeriani, grazie anche agli ultimi flussi migratori, sono aumentati di due punti percentuali in un solo anno. Sul totale della popolazione straniera a Viterbo. Passando dall’uno per cento del 2017 al 3,1 del 2018. Con riflessi immediati sulla strutturazione della forza lavoro, soprattutto nelle campagne. Con i lavori stagionali. Tra le fonti di reddito più importanti di cui un lavoratore straniero può disporre. Lavorare in campagna significa infatti avere un’entrata fissa. In un territorio che non dà grandi possibilità e dove la disoccupazione supera la media nazionale. Significa anche la possibilità di un contratto e quindi della disoccupazione agricola.

“Ma bisogna fare attenzione – fa notare il segretario del sindacato Uila Viterbo Antonio Bigioli – perché per ottenere la disoccupazione agricola servono almeno 102 giornate lavorative in due anni, 51 l’anno. Al di sotto di questa soglia non si ha alcun diritto. Ed è fondamentale che venga fatto un contratto regolare”.


Viterbo - Antonio Bigioli della Uila

Antonio Bigioli della Uila Viterbo


Il problema non è tanto il lavoro nero, “ma quello ‘grigio’- prosegue Bigioli – . Il bracciante lavora 250 giornate in un anno e l’azienda gliene segna soltanto 51. Quanto basta per prendere la disoccupazione. E il lavoratore straniero deve starsene pure zitto altrimenti corre il rischio che non gli segnino nemmeno le 51 giornate l’anno necessarie per poter accedere all’assegno di disoccupazione. In una sola espressione, il ‘lavoro   grigio’ ti rende ricattabile. Non fai nemmeno vertenza per paura che le 51 giornate non ti vengano segnate. Non solo, ma da contratto nazionale la retribuzione dei braccianti agricoli è di 7,88 euro l’ora. Capita invece spesso di trovare lavoratori che prendono 5 euro se non addirittura molto meno”.

I braccianti agricoli stranieri, soprattutto quelli provenienti dalle zone africane, lasciano quello che serve per se. Poco. Il resto lo mandano a casa. “Per noi la famiglia è parte fondamentale di tutto il nostro percorso di vita – racconta un bracciante nigeriano -. Sostenere i genitori quando ne hanno bisogno è nostro preciso dovere”.


Viterbo - La vita del bracciante agricolo


Sul campo di lavoro, i braccianti si dividono in gruppi, secondo lingua e nazionalità di provenienza. Ciascun gruppo procede alla raccolta seguendo percorsi precisi. Con a capo un rimorchio trainato da un trattore su cui vengono messi i prodotti. Il trattore è di solito guidato da un romeno, il capo squadra.

Una volta tornati a casa, vivono in appartamenti del centro storico che dividono con altri lavoratori. Duecento euro al massimo di affitto mensile, più le utenze. A volte senza contratto di locazione. 

Tutt’attorno, un mondo che si è strutturato in poco tempo. Una realtà sociale straordinariamente ricca, 118 le nazionalità presenti a Viterbo. Persone provenienti dal 60% dei Paesi riconosciuti a livello internazionale. Un potenziale ricco di opportunità e contraddizioni che oggi rappresenta il 10% della popolazione viterbese concentrandosi soprattutto nella zona monumentale della città. Con attività commerciali sempre più diffuse e un. modo diverso di fruire lo spazio urbano, ridefinendolo.


Viterbo - La vita del bracciante agricolo


Il bracciante straniero, eccezion fatta per alcuni, non resta a vivere nelle campagne, come il contadino di un tempo, ma è perfettamente integrato nel tessuto urbano, con i suoi punti di riferimento e luoghi di ritrovo. Ma non si tratta più di gruppi o famiglie di persone isolate dal tessuto urbano – come sono poi diventate le famiglie italiane nel corso degli ultimi decenni – ma di famiglie e gruppi che fanno invece dell’interazione con il tessuto urbano la loro più profonda ragione d’essere.

Con la presenza straniera, le fontane cittadine sono diventate sempre di più luoghi di incontro e aggregazione. Come lo erano un tempo e come non lo sono più state da decenni. La chiesa di Sant’Ignazio davanti al palazzo della Provincia in via Saffi è da tempo una chiesa ortodossa punto di riferimento per tutta la comunità romena.

Una moschea si trova invece in via Garbini. Entrare la sera al momento della preghiera “significa rendersi conto – sottolinea un bracciante pakistano che abita a San Faustino – che per il mondo islamico l’integrazione è un fatto compiuto. Da secoli”. In moschea, stanno a fianco gli uni agli altri, senegalesi, nigeriani, nord africani, mediorientali…”Siete voi – continua a spiegare il ragazzo pakistano – che ci vedete tutti ‘neri’, ‘negri’ o ‘nigger’, all’americana, come qualcuno ha preso a dirci anche qui a Viterbo. Non distinguete. Come dire che un norvegese e un italiano sono simili per il solo fatto di essere entrambi europei”.


Viterbo - La vita del bracciante agricolo


Storie di vita. Dove tutto è difficile. Veramente. “Ho attraversato la Nigeria con una macchina – racconta un bracciante di quelle parti -. Sono arrivato in Libia e da qui con il barcone in Italia. Tornare indietro sarebbe un fallimento insopportabile”. E non importa quale sia il prezzo da pagare. Anche fare il bracciante.

“L’ho fatto pure in Libia – prosegue – Lì se paghi vivi e fai quello che vuoi. Se non paghi ti uccidono. Ho pagato il mio posto sul barcone lavorando in campagna. A pane e acqua, di lago”. Perseguitati ovunque. “In Italia, quando faccio il bracciante, guadagno 30 euro al giorno per 14-15 ore di lavoro. Senza contratto. Poi, tra quello che spendo e quello che mando a casa, non mi resta più niente”.

E quando il lavoro in campagna finisce le scelte sono due. Fare l’ambulante o chiedere l’elemosina che, poi, di fatto, è diventata la stessa cosa.

“Dalle elemosine – spiega ancora il ragazzo nigeriano di prima – riesco ad avere 10-12 euro al giorno”. Servono a ben poco. E anche parte di queste vanno ai familiari.


Viterbo - La vita del bracciante agricolo


Secondo i dati della Caritas di Viterbo il centro di ascolto diocesano in piazza Dante nel 2017 ha dato accoglienza a 460 stranieri su 713 persone in tutto, mentre il dormitorio tenda ha dato ospitalità a 136 stranieri su 213 persone ospitate.

“Le problematiche che presentano quando vengono da noi – commenta il direttore della Caritas Viterbo Luca Zoncheddu – riguardano prevalentemente il lavoro. Ci capitano spesso anche situazioni di stranieri problematici che hanno avuto problemi di dipendenza. Situazioni difficili senza supporto familiare”.


 

Viterbo - Luca Zoncheddu della Caritas

Luca Zoncheddu della Caritas Viterbo


C’è poi la possibilità di fare l’ambulante. In attesa di una nuova stagione buona per un altro raccolto. Ultimamente un ambulante si è rotto la spalla per l’eccessivo peso delle borse che portava.

“Vivo a Roma – dice un altro ragazzo nigeriano – compro le cose alla stazione Termini. Le rivendo a Viterbo il giovedì” e “abito in un monolocale alla Borghesiana assieme ad altre due persone”.

Daniele Camilli


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4 ottobre, 2018

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