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Cultura - Lo racconta don Mario Brizi: "Il poeta fu costretto a fermarsi a Viterbo per essere medicato e solo il giorno successivo poté proseguire il viaggio"

“Andando a Roma per il Giubileo Petrarca passò da Bolsena e rimase ferito dal calcio di un cavallo imbizzarrito”

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Francesco Petrarca

Francesco Petrarca

Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Il Giubileo del 1350 sembrava nascere sotto i peggiori auspici. Nel 1348 una devastante epidemia di peste decimò l’Europa e raggiunse l’Italia mietendo numerose vittime. Come se non bastasse, Roma, parzialmente risparmiata dalla peste, l’anno successivo fu colpita da un rovinoso terremoto che fece sentire i suoi effetti anche a Viterbo.

Inoltre il papa Clemente VI risiedeva con la corte pontificia ad Avignone e le sue resistenze ad indire il Giubileo furono vinte solo dopo l’accorato intervento del Petrarca e di Cola di Rienzo venuto appositamente da Roma a capo di una ambasciata.

Nonostante tutte queste contrarietà, appena si diffuse la notizia che il papa aveva finalmente concesso il Giubileo, turbe di pellegrini si mossero da tutta l’Europa incuranti delle difficoltà e dei pericoli del viaggio.

Il Petrarca fa cenno a questa variopinta moltitudine in una lettera a Guglielmo da Pastrengo: “Cammina l’Ibero insieme con il Cimbro, con il Britanno, col Greco, con lo Svevo dalla fulva chioma”. E tra la massa dei pellegrini diretti a Roma passò per la Tuscia lo stesso Petrarca che nella nostra terra ebbe uno spiacevole incidente. Giunto nei pressi di Bolsena rimase ferito piuttosto seriamente ad una gamba dal calcio di un cavallo imbizzarrito. Era il 15 Ottobre e il poeta fu costretto a fermarsi a Viterbo per essere medicato e solo il giorno successivo poté proseguire il viaggio.

La gran moltitudine di pellegrini che transitavano sulla Via Francigena favorì il moltiplicarsi dei luoghi di ristoro e di sosta e l’aumento della richiesta portò anche a situazioni di vera e propria speculazione, come riportato dai cronisti dell’epoca. Il Villani osservava che durante il Giubileo “tutti erano fatti albergatori”.

Il poeta Buccio racconta come i romani che affittavano le camere ai pellegrini quando ricevevano i clienti si mostravano angeli e poi diventavano cani: prima promettevano il letto a tre o quattro persone, poi al momento “che veniva ad jacere” ve ne collocavano sette o otto e bisognava avere pazienza per non fare questione.

Anche per i generi alimentari le cose non andarono meglio: i prezzi salirono alle stelle e scarsi furono i risultati degli interventi delle autorità per reprimere gli abusi.

Questo a Roma. E a Viterbo osti e affittacamere si comportarono meglio? Non lo sappiamo. Ma Lanzillotto Viterbese riferendosi al Giubileo del 1350 scrisse “fu il Anno del Jubileo et rimasero in Viterbo assai denari spesi da quelli che andavano a Roma”.

Don Mario Brizi


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24 febbraio, 2025

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