Condividi: Queste icone linkano i siti di social bookmarking sui quali i lettori possono condividere e trovare nuove pagine web.
    • Facebook
    • Twitter
    • LinkedIn
    • Google Bookmarks
    • Webnews
    • YahooMyWeb
    • MySpace
  • Stampa Articolo
  • Email This Post

Viterbo - Dopo mesi di necessari lavori di consolidamento - Ne dà notizia la custode Maria Paola Angelini

La croce di Gesù torna alla Cappellina sulla strada della Quercia

Condividi la notizia:


Viterbo - La croce di Gesù alla Cappellina sulla strada della Quercia

Viterbo – La croce di Gesù alla Cappellina sulla strada della Quercia

Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Gesù Crocifisso torna alla Cappellina, sulla strada della Quercia, dopo mesi di necessari lavori di consolidamento.

Questa “Chiesuola rurale” (sembra datata tra il XV e il XVII secolo) da ricerche anche recenti non risulta appartenere ad alcuna amministrazione laica, né a congregazione religiosa, né alla Curia, né ad associazioni, né compare nell’asse ereditario di Ville Gentilizie limitrofe e datate. La cronaca racconta la presa in cura da parte di volontari, fedeli laici.

Questa realtà è intimamente legata a monsignor Sante Bagnaia e alla storia dell’Eremita. Don Sante, alias “il Curato”, vi si soffermò, giovane prete, il giorno in cui, nominato titolare, giunse alla Quercia.

Vestito con la “sottanella” (così chiamava l’amata veste talare), arrivò a piedi, con una sola valigia. Salì lungo la strada ancora sterrata, priva di marciapiedi, accompagnato dal suono stridente delle ruote di alcuni carretti guidati da somarelli, che si stringevano a destra quando sopraggiungeva una rara macchina, una Balilla; dalla voce di un modesto gregge di pecore con tre agnellini e dall’eco sordo, sulla terra, del bastone del pecoraio.

Era un pomeriggio scaldato dal calore autunnale quando giunse ai piedi della scalinata della Basilica, illuminata dal sole, bella! Si avviò su per le scale a salutare la Madonna. I Querciaioli, dispersi qua e là ad animare la piazza… nemmeno un saluto! Così, nei giorni appresso, la Messa del mattino andò deserta.

Un pomeriggio erano all’unica osteria, dieci mani intorno a bicchieri di vino, a godersi la solina. Figure vestite di fustagno attempato, con un cappellaccio un poco lucido di unto che brillava al sole; gambe accavallate dentro pantaloni sfuggenti, che scoprivano stivali segnati da tanta strada percorsa. E Don Sante osò avvicinarsi:

“Buonasera!”
“Bonasera! Sete el novo Curato?” esordì il Sì Gigi Meca e proseguì: “De do’ venite?”
“Da Vetralla,” rispose Don Sante.
“Sente’! De do’ venite? Manco er vento è bono lì!”

Mi colpì un brivido di freddo, che agitò la sottanella, e mi rifugiai dalla Madonna. (Parole di Don Sante).

Lo spirito guerriero non si arrese! Sceso a Viterbo, con grande sacrificio comprò cinque sigari. Il pomeriggio dopo scese dai suoi “amici” e offrì solo “mezzo sigaro” ciascuno. (Tempi duri erano!) Il Sì Gigi Meca annuì, concedendo il permesso di accettazione dell’offerta.

Passò un’altra settimana e giunse la domenica. Il Sì Gigi Meca era lì, in chiesa, al primo banco, e dietro, tutti i Querciaioli. I mezzi sigari avevano prodotto “fumata bianca”: “Habemus Curato!” Don Sante, una nascita segnata dal sacerdozio… ma questa è un’altra storia!

Tra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale, un Signore (per motivi che ometterò) venne accolto da Don Sante presso la Cappellina. Qui intervengono i miei ricordi di bambina. Spesso si saliva a piedi a trovare Don Sante (presenza familiare come i Frati Cappuccini). Ci si fermava al Crocifisso: una sosta beata e sperata per il mio piede troppo piccolo su quella strada tanto lunga.

I miei genitori portavano alimenti, cartine di semi e, secondo la stagione, piantine che l’Eremita poneva nell’orto accanto, alimentato da un ruscello d’acqua di ricaduta. L’Eremita viveva al lume di candela, riscaldandosi a un braciere alimentato da legna e carbonella offerta dal Curato.

Quando si portava qualcosa, era consuetudine lasciarla fuori e bussare. Nessuno, oltre il Curato, lo ha mai visto in volto, tanto era schivo e sfuggente alla minima presenza.

Un pomeriggio domenicale lo scorgemmo inginocchiato all’altare: tanto era preso dalla preghiera che, stranamente, non si accorse di noi. Una testa canuta su un corpo non molto alto, tanto che il capo, reclinato in avanti, superava appena l’altare. Appariva un uomo robusto (forse per le tante maglie indossate sotto un “abito-saio”), cucito a mano, in tessuto di iuta grezza, del colore delle balle di grano. Una corda cingeva la vita, con appeso un crocifisso di legno.

Portava i calzari a piedi nudi, anche in quell’inverno. Eh, sì… inverni freddi quelli, sì, freddi… spesso “colorati di bianco”. Quei piedi piccoli e scarni tradivano un corpo esile e forse provato. Li ricordo distintamente! Colpita da un brivido di freddo, una sensazione mai sbiadita!

Quante volte ancora su quella strada… non avemmo più il privilegio di godere del quadro dell’Eremita in preghiera, un dipinto unico dell’Autore del Cielo.

Ero ancora piccola, quattro o cinque anni, quando nei primissimi anni Sessanta l’Eremita, accompagnato dal Curato, morì. Il suo corpo, vestito di saio e calzari, riposa nel nostro cimitero, in attesa della Risurrezione. Ancora oggi, entrando nella sua stanza, il silenzio ci parla di lui.

Nell’aprile dell’anno duemila, mi sembra cadesse di mercoledì, il dodici, compleanno di Don Sante, lo accompagnai al Crocifisso e celebrò Messa. (Si volle concedere questo regalo, sentiva che le forze venivano meno). Con noi c’era anche Assunta, che si è presa cura della Cappellina fino al 2009, anno in cui sono intervenuta, tenendo fede alla promessa fatta a Don Sante.

È pianificato di intervenire sull’orto dell’Eremita: diventerà il “Giardino degli Ulivi”, terreno di memoria, uno spazio educativo per i più piccoli, uno spazio per chi cerca conforto e consolazione, per chi vorrà soffermarsi a pregare e affidarsi.

Ora il Crocifisso è tornato e attende per dispensare copiose grazie. Torneranno al loro posto la campana e la croce alla sommità del tetto; gli originali furono donati alla Patria nell’ultima guerra, un conflitto dal quale tutti i Querciaioli partiti per il fronte fecero ritorno alle loro famiglie.

Don Sante scrisse e musicò, per ringraziamento, l’inno alla Madonna:
“Oh Madre dolce e tenera, oh Vergin Santa e Bella…”

Tanti sono gli ex voto che riprenderanno posto nella stanza dell’Eremita, testimoni di grazie ricevute, così come un labaro con l’effige della Madonna Addolorata, che mia nonna portò giungendo in città nel 1921. (Raccontava che, facendo parte di un gruppo di preghiera, apriva la processione verso la Cappellina nel giorno dell’Esaltazione della Croce).

Tante le cose di Don Sante in mia custodia e da lui stesso affidatemi, con il desiderio che trovino destino solo in Cappellina.

Niente andrà perduto.

Maria Paola Angelini
La custode


Condividi la notizia:
10 marzo, 2025

                               Copyright Tusciaweb srl - 01100 Viterbo - P.I. 01994200564PRIVACY POLICY

Test nuovo sito su aruba container https://www.tusciaweb.it/sindaco-cercasi-ci-vorrebbe-diogene/