Viterbo – (sil.co.) – In programma domani davanti al giudice Daniela Rispoli una nuova udienza del processo per la tragica morte di una donna che era ricoverata al pronto soccorso per tentato suicidio quando si è tolta la vita lanciandosi nel vuoto dal sesto piano dell’ospedale di Viterbo. Alla madre, che voleva farle la notte, fu detto che lì la figlia era al sicuro.
Ospedale di Belcolle – L’intervento della polizia (nel riquadro Laura Chiovelli)
Imputata di omicidio colposo la psichiatra che non avrebbe tenuto conto dei rischi riferiti dalla madre e dal fratello della vittima, non disponendo misure adeguate, come il ricovero in reparto della paziente o almeno la possibilità per i congiunti di assisterla al pronto soccorso. Parti civili i familiari, assistiti dall’avvocato Paola Chiovelli.
È il processo ad altissimo rischio prescrizione per la morte di Laura Chiovelli, la 41enne ricoverata all’alba del 15 novembre 2017 al pronto soccorso di Belcolle per una lavanda gastrica dopo un doppio tentativo di suicidio, che si è tolta la vita a distanza di poche ore, gettandosi nel vuoto dal sesto piano dell’ospedale, dove all’alba del giorno successivo è stata trovata ai piedi della scala antincendio da un uomo che andava a trovare una partoriente.
Laura, impiegata alle poste di Bologna, originaria di Sant’Angelo di Roccalvecce, al momento del ricovero era in cura per una gravissima forma di depressione, che l’aveva spinta più volte a tentare gesti estremi fino al ricovero per un periodo a Villa Rosa.
La mamma e il fratello, sentiti in aula il 4 aprile dell’anno scorso davanti al giudice Daniela Rispoli, hanno detto che prima di essere allontanati dal pronto soccorso si erano raccomandati: “Laura da sola non ci può stare”. Secondo l’accusa, ci sarebbe stata una “valutazione psichiatrica molto superficiale” della paziente, nessuna ricerca anamnestica, nessuna misura di sorveglianza specifica contro il rischio suicidario.
Per il medico legale Mariarosaria Aromatario che, oltre all’autopsia, è stata incaricata nell’aprile 2018 dalla procura di una consulenza congiunta con la psichiatra Giorgia Versace per la valutazione di tutti gli atti e di una integrazione a gennaio 2019, sarebbe stato necessario un “piantonamento” a vista e una rivalutazione a breve termine da parte della consulente del servizio psichiatrico del Santa Rosa. Ma dal pronto soccorso, per l’appunto, sarebbe stata allontanata perfino la madre col dire che lì la figlia era al sicuro.
E ancora: “La sorveglianza era un’esigenza – hanno sottolineato un anno fa in aula Aromatario e Versace – una donna, per di più una donna fragile come può esserlo chi ha tentato di togliersi la vita, non può allontanarsi dal pronto soccorso senza essere vista. Invece è andata così. Non risulta che sia stata cercata, nemmeno nei locali del pronto soccorso, né che siano state allertate le forze dell’ordine”.
Domani è in programma l’ascolto degli ultimi tre testimoni dell’accusa e di tre testi di parte civile. Nel frattempo sono trascorsi quasi otto anni.
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Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
