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Caro don Franco, al tuo funerale c’erano due vescovi e un cardinale, ma soprattutto c’era la tua gente…

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Valentano - Don Franco Magalotti

Valentano – Don Franco Magalotti


Viterbo – Ieri, caro don Franco, al tuo funerale c’erano molti preti, due vescovi e un cardinale, ma soprattutto c’era la tua gente. I tuoi amici. La gente che ti ha voluto bene in vita. C’era tanta gente.


 – Il vescovo Orazio Francesco Piazza: “Don Franco è stato un uomo di speranza che ha dato luce alla sofferenza”


C’era la tua chiesa, a cui sei rimasto aggrappato per tutta una vita, nonostante tutto. Proprio come don Milani.
E la tua gente ti ha salutato con un applauso. E in tutti noi è corso un brivido.


Nel venire a Valentano per il funerale, con un gruppetto dei tuoi amici, avevo la sensazione che ti avrei incontrato. Che avrei sentito la tua risata sarcastica. Avrei rivisto le tue mani contadine. Avrei incrociato il tuo sguardo penetrante. Ti avrei detto le solite banalità, che tu avresti smontato con una battuta ironica, come spesso capitava. Sì, perché tu vedevi il mondo da una prospettiva diversa. Quella dei poveri. I tuoi amici.

E invece no, non c’eri. E ho pensato cosa avresti detto di tanto onore che ti ha fatto la tua chiesa. Che ha fatto bene a onorarti, col vescovo Piazza che ha speso parole alte e profonde nel ricordarti, nel ricordare la tua splendida vita di servitore dei poveri. L’onore più grande per un cristiano.

Ho pensato che avresti liquidato tutto con una battuta e un’alzata di spalle e saresti andato subito all’essenziale. Come spesso facevi. Forse mi avresti detto quello che mi disse una volta Frei Betto: “Voi continuate a parlare del papa, dei notabili della chiesa, ma la chiesa è il popolo”. Lo avresti detto con un sorriso leggero. Senza astio. Senza rancori. Ma per dire, come sempre, la verità. La tua verità. E, lasciamelo dire da laico niente o poco credente, la nostra verità.

Una cosa certamente l’avresti apprezzata: i tuoi amici di sempre che si sono rivisti, abbracciati, riso insieme. Sì, riso. E chi lo dice che a un funerale non si può ridere di amicizia. Di amicizia tra noi e con il nostro prete contadino.

Ecco, ancora grazie a te, abbiamo riscoperto la nostra fraternità. La vita, questa terribile vita, ci ha portato lontano uno dall’altro, ma ieri ci siamo ritrovati. 

“Giove serpe!”, verrebbe da dire, come ci hai insegnato tu: era tempo di reincontrarci.

Il priore di Barbiana, don Lorenzo Milani, verso la fine della sua vita pretendeva dalla sua chiesa il riconoscimento della sua autorevolezza di prete. Di priore di quattro case sulle montagne del Mugello. Tu non hai chiesto neppure questo. Nel segno più denso del Vangelo e del Cristo. Ma lui era nato signorino. Tu no. Era diventato povero, per ragionamento e fede. Tu no.

Mentre scrivo, lo confesso, mi passano per la mente le conversazioni che abbiamo avuto e, soprattutto, quelle che non abbiamo avuto. I discorsi fatti e quelli interrotti. E una dolce malinconia mi assale. 

Mi passa per la mente quella notte che si guardavano le stelle insieme, tra amici. Guardavamo Orione. A un certo punto Orione s’era nascosto e te ne uscisti con una di quelle frasi indimenticabili: “‘nd’è ito Orione?”.

Ecco ora che sei più vicino a Orione, potrai vedere ancora meglio nella mente dei tuoi amici, della tua gente. Potrai vedere ancora una volta il tuo mondo da una prospettiva diversa dalla mia, dalla nostra. Potrai essere per sempre vicino ai tuoi poveri e quindi al tuo Dio. Vicino a tutti quei movimenti di liberazione che hanno segnato la tua e la nostra vita. Che sono entrati nelle nostre case con Dina Mendoza, Carmen Rinaldi, José Pacella… E tanti altri. Portatori, loro sì, della parola del Vangelo. Dei miscredenti così vicini al Cristo dei poveri. Il Cristo liberatore.

Caro don Franco, non ti adontare se abbiamo trasformato questo ultimo saluto in una festa. Ma, ne sono certo, anche tu avrai riso di tanto cerimoniale, godendoti invece l’affetto della tua gente. Un abbraccio. Nel segno della giustizia e del Vangelo. Nel segno di Cristo – Yēshūa‛, che per me è stato un grande intellettuale ebreo – palestinese e per te il figlio di Dio. Ti voglio, ti vogliamo bene.

Carlo Galeotti


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